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LA PAROLA HA UN CORPO

img citazione Recalcati

“Le parole sono vive, entrano nel corpo, bucano la pancia: possono essere pietre o bolle di sapone, foglie miracolose. Possono fare innamorare o ferire. Le parole non sono solo mezzi per comunicare, le parole non sono solo il veicolo dell’informazione, come la pedagogia cognitivizzata del nostro tempo vorrebbe farci credere, ma sono corpo, carne, vita, desiderio. Noi non usiamo semplicemente le parole, ma siamo fatti di parole, viviamo e respiriamo nelle parole.”, così scrive Massimo Recalcati in “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”, Einaudi, Torino 2014, p. 90.

Tutti, dalla nascita alla morte, abbiamo BISOGNO DI PAROLE e siamo immersi nel linguaggio. Anzi, le parole ci precedono (i genitori dico cose al e sul bambino ancora prima della sua nascita e, in alcuni casi, anche prima del suo concepimento) e ci susseguono (S. Agostino diceva: “Nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta”, ovvero finché se ne parla e ci si parla dentro di noi).

Tutti abbiamo bisogno di parole per vivere un’esistenza dotata di senso, eppure le parole possono essere anche la nostra condanna. Le parole ricevute possono farci sentire al sicuro, rispettati, in connessione con l’altro; ma, al contempo, possono farci sentire rimproverati, sbagliati, colpevolizzati.

Ogni parola è un’indizio di un emozione, di un BISOGNO soddisfatto o insoddisfatto. Ogni parola detta dice del soggetto che la pronuncia ma ha grandi ripercussioni anche su chi la riceve, l’ascolta. Ogni parola è, quindi, carica di responsabilità: siamo responsabili di ciò che diciamo e anche degli effetti che ha sul chi la riceve!

I recenti fatti di cronaca in relazione a quanto scritto sui social alla senatrice Liliana Segre mi portano a riflettere su quanto sia importante iniziare fin dai primi giorni di vita del bambino a parlargli (e a parlare di lui) con RISPETTO ed EMPATIA perché è possibile mantenere un atteggiamento di rispetto verso le altre persone anche in caso di conflitti e divergenze di opinioni. Perché se io la penso diversamente da te non significa che io sia migliore di te o che tu sia peggiore di me, significa semplicemente che abbiamo vite diverse e, di conseguenza, diverse visioni del mondo e nessuno ha il diritto di uccidere nessuno, neppure con le parole!

Alleniamoci a usare le parole per creare comprensione e sinergie, non per creare colpe o assegnare pene (“Tu sei ….“), perché le parole che diciamo rischiano di diventare veramente una minaccia alla serenità dell’altro, di tatuarsi sul corpo di chi le ascolta!

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