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Il bambino lancia gli oggetti (e il cibo): perché lo fa e cosa fare

Elvira Ripamontipsicologa psicoterapeuta
img sos il mio bimbo lancia tutto

A quale mamma o papà non è capitato di perdere la pazienza al decimo lancio di fila di cibo o di oggetti dal tavolo, vedendo un piacevole pranzo in famiglia — magari con amici e parenti — trasformarsi in una partita di baseball? Se il tuo bambino lancia tutto ciò che gli capita a tiro, sappi che non sei sola e, soprattutto, che non stai sbagliando nulla. Te lo dico da psicologa, ma anche da mamma: lanciare oggetti e cibo è una tappa che attraversano (purtroppo per i nostri pavimenti) tutti i bambini, all’incirca dai 12 ai 36 mesi.

Lanciare gli oggetti è una tappa normale dello sviluppo

Per un bambino seduto al tavolo, lanciare ciò che ha davanti è talvolta qualcosa di più forte di lui, anche quando ha già capito che quel comportamento non è appropriato. Saperlo cambia tutto: non ci troviamo davanti a un capriccio o a una “sfida”, ma davanti a una fase evolutiva.

Il mio bimbo, a 16 mesi, era il nostro “piccolo lanciatore seriale”: a poco sembravano servire i miei richiami. A ogni lancio lo guardavo negli occhi e, con fermezza ma dolcezza (tono fermo, mai alto), gli ripetevo che non si fa. Eppure, il secondo dopo, eccolo prendere un altro oggetto e rilanciarlo, guardando alternativamente me e il pavimento e ripetendo come un pappagallo “no”, “no”, “no”, con tanto di ditino alzato.

Sapere che una cosa non va fatta non significa riuscire a non farla

Osservandomi, qualcuno avrebbe potuto pensare che il mio rimprovero fosse troppo “blando” o che il bambino mi stesse sfidando. In realtà, come scrivono le pedagogiste Elisabetta Rossini ed Elena Urso, “sapere che una cosa non va fatta e riuscire a non farla sono faccende molto diverse: significa essere capaci di opporsi a se stessi”. Pensiamo a quanti fumatori sanno benissimo che fumare fa male e, nonostante questo, non riescono a smettere.

Quei “no” ripetuti con il ditino alzato non sono una provocazione: testimoniano che il bambino ha iniziato a capire che quel gesto non è adeguato, ma non riesce ancora a trattenersi. Possiamo persino leggerli come un messaggio: “Mamma, so che non si fa, ma amami così come sono, per ora”.

Perché il bambino lancia? Prima osserva, poi traduci

Prima di reagire, chiediamoci perché in quel preciso momento il bambino sta lanciando:

  • è incuriosito dalla traiettoria dell’oggetto, dal rumore che fa cadendo, da quel piccolo esperimento di causa ed effetto che ripete con gusto?
  • oppure i suoi lanci nascono da noia, frustrazione o rabbia?

Osservare e tradurre il bisogno che c’è dietro il gesto è il primo passo: la risposta a un bambino annoiato non è la stessa che daremo a un bambino frustrato.

Cosa fare quando il bambino lancia oggetti e cibo

  1. Ripeti ogni volta il divieto, con calma. Senza perdere la pazienza, anche quando sembra inutile: è la costanza, non l’intensità, ad aiutare.
  2. Offri sempre un’alternativa positiva. Accompagna il “non si fa” con un’indicazione su cosa può fare: “dallo a me”, “rimetti sul piatto”, “appoggia qui”. Così il bambino sviluppa nuove competenze e, poco alla volta, interiorizza la regola.
  3. Non umiliare e non picchiare. Niente sculacciate, niente “botte sulle mani”: ancora oggi diffuse, sono già una forma di violenza. Un bambino deve poter sbagliare senza temere di non essere amato. Come ricordo spesso: chi ti ama, non ti tocca.

La fase dei lanci passa. Nel frattempo, il modo in cui la attraversiamo insieme al nostro bambino — con fermezza e dolcezza, senza umiliarlo — gli insegna qualcosa che vale molto più di un pavimento pulito: che può imparare a regolarsi sentendosi, sempre, profondamente amato.

Domande frequenti

Fino a che età i bambini lanciano gli oggetti?

In genere è una tappa che riguarda i bambini dai 12 ai 36 mesi circa.

Mio figlio lancia e dice “no” da solo: mi sta sfidando?

No. Spesso significa che ha capito che il gesto non è adeguato, ma non riesce ancora a trattenersi: sapere e riuscire a non fare sono due cose diverse.

Devo punirlo o dargli uno schiaffo sulle mani?

No. Le botte sulle mani sono già una forma di violenza. Meglio ripetere il divieto con calma e offrire un’alternativa positiva.

Cosa posso dire al posto di un semplice “no”?

Affianca al divieto un’indicazione concreta: “dallo a me”, “rimetti sul piatto”, “appoggia qui”.

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"Non si tratta di andare avanti, ma di attraversare il dolore con presenza, parole e relazioni sicure."
Elvira Ripamonti
l’autrice
Elvira Ripamonti

Psicologa e psicoterapeuta a Lecco. Accompagno persone e famiglie nell’elaborazione del lutto e nella gestione della perdita, in studio e online.

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