Mio padre è morto nel 2011, dopo una lunga malattia. Da giovanissima psicologa conoscevo bene la teoria del lutto; da figlia ho scoperto che sapere non protegge dal dolore. Ho scoperto anche un’altra cosa, più sottile, ovvero che il lutto per un genitore è spesso un dolore che gli altri faticano a riconoscere fino in fondo. «Ora ha smesso di soffrire», «era malato», «è nell’ordine delle cose»: frasi dette con affetto, che però rischiano di lasciare chi resta con la sensazione di non avere pieno diritto al proprio dolore. Eppure perdere un padre o una madre, a qualunque età accada, è uno degli eventi che più profondamente ci trasformano.
In questo articolo vorrei dare parola a questo lutto particolare: perché fa così male anche quando «ce lo aspettavamo», perché ci cambia in modo tanto profondo, quali forme diverse può assumere, e che cosa aiuta ad attraversarlo, sapendo, per esperienza personale e clinica, che si può.
Un dolore che gli altri faticano a riconoscere
Esiste un concetto, in psicologia del lutto, che descrive bene questa esperienza: il lutto non riconosciuto (in inglese disenfranchised grief), descritto da Kenneth Doka. È il dolore che la società non legittima pienamente, perché la perdita viene percepita come «meno grave» o «prevedibile» (Doka, 1989). La morte di un genitore malato o anziano rientra spesso in questa categoria: chi la vive riceve meno permesso, sociale e interiore, di soffrire. Si torna al lavoro presto, ci si sente dire che «in fondo aveva vissuto», e a volte si finisce per giudicare se stessi: «perché sto così male, se me lo aspettavo?».
Il primo passo, allora, è restituire dignità a questo dolore. La perdita di un genitore non ha bisogno di essere «giustificata» dall’età o dalle circostanze. È la fine di una delle relazioni più lunghe e fondanti della nostra vita, e merita di essere pianta senza scuse.
Perché perdere un genitore ci cambia così profondamente
La sociologa Debra Umberson ha dedicato a questo tema un intero studio, riassunto già nel titolo del suo libro: Death of a Parent: Transition to a New Adult Identity (Umberson, 2003). La sua tesi, confermata dai dati, è che la morte di un genitore funziona come un punto di svolta che ridefinisce chi siamo e per questo ci sono più ragioni. La prima è che, finché i genitori sono vivi restano, anche quando siamo adulti, una sorta di generazione-cuscinetto tra noi e la morte. Quando muore l’ultimo dei due, ci ritroviamo «in prima fila»: la nostra stessa mortalità smette di essere un’astrazione. La seconda è che perdiamo una figura di attaccamento primaria: per la teoria di John Bowlby il legame con i genitori è il modello su cui costruiamo la nostra sicurezza affettiva, e la sua rottura tocca corde molto profonde (Bowlby, 1980). La terza, particolarmente vera e dolorosa per chi ha avuto l’esperienza di un attaccamento sicuro, è che con un genitore (sufficientemente buono) se ne va un testimone insostituibile della nostra storia: chi ricordava com’eravamo da bambini, chi ci amava di quell’amore dato per scontato. Perdere un genitore significa anche perdere un pezzo del bambino che siamo stati.
Le tante forme di questo lutto
Non esiste «il» lutto per un genitore: ne esistono molti, a seconda della storia e delle circostanze.
- Dopo una lunga malattia. È la mia esperienza. Accanto al dolore possono comparire un senso di sollievo, «non soffre più» ma anche «non devo più assistere», e subito dopo il senso di colpa per quel sollievo. Voglio dirlo con chiarezza: quel sollievo è umano e legittimo, non toglie nulla all’amore. È anzi il segno di quanto è stato faticoso accompagnare chi amiamo.
- Improvvisa. Quando manca il tempo di salutarsi, il lutto si carica di incredulità e di tutte le cose rimaste non dette.
- Dopo mesi o anni da caregiver. Chi ha assistito a lungo un genitore anziano (magari con malattia neurodegenerativa) arriva alla perdita già esausto, e spesso deve ricostruire un’identità che si era organizzata interamente intorno alla cura.
- Con una relazione difficile o ambivalente. Non tutti i rapporti con i genitori sono sereni. Quando la relazione era conflittuale, il lutto è più complicato, non più semplice: si piange insieme ciò che è stato e ciò che non è mai potuto essere, e questa ambivalenza è un fattore che può rendere l’elaborazione più faticosa.
- La perdita del secondo genitore. Con la morte del secondo genitore ci si scopre, anche da adulti, «orfani»: cade l’ultimo riferimento della generazione che ci ha preceduto, e spesso si riapre il lutto per il primo.
Che cosa aiuta ad attraversarlo
Molti dei principi che valgono per ogni lutto, che ho raccolto nell’articolo su come superare un lutto, valgono anche qui, con qualche accento particolare. Il primo è darsi il permesso di soffrire pienamente, senza lasciare che l’età del genitore o la «prevedibilità» della morte sminuiscano il dolore. Il secondo è dare spazio all’ambivalenza: si può piangere un genitore e insieme provare rabbia, sollievo, rimpianto. Sentimenti opposti possono convivere, e riconoscerli, invece di censurarli, è ciò che permette di elaborarli.
Aiuta poi coltivare quello che gli studiosi chiamano il legame che continua: trovare un posto per il ricordo, che sia un oggetto, una fotografia, una ricorrenza o il continuare una tradizione di famiglia, così che il genitore resti una presenza interiore buona. Aiuta raccontare la sua storia, e la nostra con lui: mettere in parole, con qualcuno che sappia ascoltare, è uno dei modi più potenti di elaborare. E, quando è ancora in vita, prendersi cura del genitore rimasto, senza però annullare il proprio bisogno di essere, a propria volta, accuditi.
Quando il dolore si blocca
Per la maggior parte delle persone, pur nella fatica, il dolore per un genitore trova col tempo una forma sostenibile. In alcuni casi, però, il dolore resta acuto e immobile a lungo, arrivando a bloccare la vita: accade più spesso quando la relazione era ambivalente, quando ci si è ritrovati soli nell’assistenza, o quando la perdita si somma ad altre. Quando a distanza di oltre un anno il lutto continua a impedire di funzionare nel quotidiano, si può parlare di Disturbo da Lutto Prolungato, una condizione riconosciuta dalle classificazioni diagnostiche più recenti (DSM-5-TR, 2022) e, soprattutto, trattabile. I segnali da riconoscere li descrivo nell’articolo sui sintomi del lutto non elaborato.
Chiedere aiuto, in questi casi, non è un segno di fragilità. Accompagno adulti e famiglie in percorsi di elaborazione del lutto: se senti che la perdita di tuo padre o di tua madre ti ha lasciato in un dolore da cui non riesci a uscire, puoi contattarmi per un primo colloquio.
Domande frequenti sulla perdita di un genitore
Perché la morte di un genitore malato o anziano fa così male anche se me l’aspettavo?
Perché aspettarsi una morte non prepara al vuoto che lascia. La perdita di un genitore chiude una delle relazioni più lunghe e fondanti della vita, ci mette di fronte alla nostra stessa mortalità e ci priva di un testimone insostituibile della nostra storia. L’attesa può ridurre l’urto dell’incredulità, non l’intensità del dolore.
È normale provare sollievo dopo la morte di un genitore malato?
Sì, ed è del tutto umano. Dopo una lunga malattia il sollievo, per la fine della sofferenza del genitore e della fatica dell’assistenza, convive con il dolore e spesso genera senso di colpa. Quel sollievo non contraddice l’amore: è il segno di quanto è stato gravoso accompagnare chi amiamo.
Perché soffro tanto se avevo un rapporto difficile con mio padre o mia madre?
Un rapporto conflittuale rende il lutto più complesso, non più lieve. Si piange insieme ciò che è stato e ciò che non potrà più cambiare o ricomporsi. Questa ambivalenza, fatta di amore e rabbia, rimpianto e liberazione, è normale, e riconoscerla è parte del percorso di elaborazione.
Quanto dura il lutto per un genitore?
Non esiste una durata uguale per tutti. Nella maggior parte delle persone l’intensità più acuta si attenua nell’arco dei primi mesi, con ondate che ritornano in occasione di ricorrenze e anniversari. Se però a oltre un anno il dolore resta immobile e impedisce di vivere, è opportuno rivolgersi a un professionista.
L’autrice
La dott.ssa Elvira Ripamonti è psicologa psicoterapeuta, consulente specializzata nell’elaborazione del lutto in età evolutiva con studio a Lecco (iscrizione all’Albo degli Psicologi della Lombardia n. 14336). Ha lavorato come psicologa nel reparto di Oncologia dell’Ospedale «A. Manzoni» di Lecco, a sostegno dei malati e dei loro familiari, e in contesti di psicologia dell’emergenza. Accompagna adulti e famiglie nei percorsi di elaborazione del lutto, unendo alla competenza clinica la consapevolezza di chi ha attraversato in prima persona la perdita di un genitore.
Nota: questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione clinica individuale. Se stai attraversando la perdita di un genitore e senti che il dolore non ti dà tregua, parlarne con un professionista della salute mentale è un atto di cura verso te stesso.
Riferimenti scientifici
- Doka K.J. (a cura di) (1989). Disenfranchised Grief: Recognizing Hidden Sorrow. Lexington, MA: Lexington Books.
- Umberson D. (2003). Death of a Parent: Transition to a New Adult Identity. Cambridge: Cambridge University Press.
- Bowlby J. (1980). Attachment and Loss. Vol. 3: Loss. Sadness and Depression. New York: Basic Books.
- American Psychiatric Association (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, Text Revision (DSM-5-TR). Washington, DC: APA. (Disturbo da Lutto Prolungato.)
- Stroebe M., Schut H. (1999). The dual process model of coping with bereavement: rationale and description. Death Studies, 23(3), 197-224. DOI: 10.1080/074811899201046



