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Cosa dire a chi è in lutto (e cosa evitare)

Elvira Ripamontipsicologa psicoterapeuta
Due persone di spalle su una panchina al tramonto, una con la mano sulla spalla dell’altra: stare accanto a chi è in lutto

«Non so cosa dire». È la frase che sento ripetere più spesso da chi ha accanto una persona in lutto, che sia un amico, un collega o un parente, e teme, con ogni parola, di sbagliare. Quella paura è comprensibile, ma nasconde un piccolo malinteso: pensiamo che esistano parole magiche capaci di togliere il dolore, e poiché non le troviamo, finiamo per non dire nulla, per allontanarci, per aspettare «il momento giusto» che non arriva mai. Eppure chi è nel lutto quasi mai ci chiede parole perfette ma, più spesso, ci chiede semplicemente di esserci. E la cosa peggiore, mi confidano spesso le persone che accompagno, non è chi ha detto la frase sbagliata: è chi è sparito.

In questo articolo vorrei aiutare chi sta accanto a una persona in lutto a capire cosa dire a chi è in lutto e cosa è meglio evitare: non le parole «giuste», che non esistono, ma un modo di esserci che consoli davvero. Vedremo le frasi che feriscono senza volerlo, quelle che aiutano, una regola semplice per orientarsi e, soprattutto, l’importanza di fare più che dire.

La paura di sbagliare che ci fa sparire

Partiamo dal punto più importante, perché è controintuitivo: il rischio maggiore non è dire la cosa sbagliata, è non dire e non fare nulla. Molte persone in lutto raccontano una seconda ferita, dopo la perdita: quella dell’amico che ha cambiato marciapiede per non dover affrontare il discorso, del collega che ha fatto finta di niente, del parente che «non voleva disturbare». Il silenzio, che a chi sta fuori sembra rispetto, a chi è dentro il dolore arriva spesso come abbandono. Sapere questo toglie un peso: non devi essere all’altezza di un dolore immenso con le parole. Devi solo non scomparire.

Le frasi che feriscono senza volerlo

Molte frasi dette con le migliori intenzioni, per consolare, ottengono l’effetto opposto perché minimizzano il dolore o mettono fretta. Non sono «cattive»: è utile solo capire perché possono ferire.

  • «So come ti senti». Nessuno può saperlo davvero, e chi soffre si sente non visto nella sua esperienza unica. Meglio: «Non posso immaginare cosa stai vivendo».
  • «Il tempo guarisce tutto», «vedrai che passa». Mettono fretta a un dolore che ha bisogno dei suoi tempi e suonano come un invito a smettere di soffrire.
  • «Era anziano», «aveva vissuto», «almeno non soffre più». Cercano un lato positivo che chi è nel dolore non è pronto a vedere, e implicano che dovrebbe soffrire di meno.
  • «Devi essere forte», «devi farti forza». Caricano la persona del compito di nascondere il dolore proprio con chi dovrebbe poterlo mostrare.
  • «Almeno hai altri figli», «sei giovane, ne avrai altri», «la vita continua». Le consolazioni che sostituiscono ciò che è perduto feriscono profondamente: nessuna persona è rimpiazzabile.
  • «Dovevi…», «se solo aveste…». Ogni frase che insinua una colpa o un «si poteva evitare» aggiunge peso a un cuore già pieno di sensi di colpa.

Se ti è già capitato di dire qualcuna di queste frasi, non colpevolizzarti: le abbiamo dette tutti. Contano molto di più la presenza costante e l’affetto di mille parole non perfette.

Che cosa dire, invece

Le parole che consolano sono quasi sempre più semplici di quelle che cerchiamo, tipo:

  • «Mi dispiace, sono qui»,
  • «Non ho parole, ma ti sono vicino»,
  • «Puoi contare su di me».

A volte la cosa più preziosa è pronunciare il nome della persona morta e ricordarla: «Mi manca anche a me il tuo papà, mi ricordo quando…». Chi è in lutto teme spesso che il proprio caro venga dimenticato: sentirne il nome, ascoltare un ricordo, è un dono. E se non sai cosa dire, puoi dirlo: «Non so cosa dire, ma non voglio lasciarti solo» è una delle frasi più oneste e più belle che si possano offrire.

Vale anche il permesso al silenzio. Stare accanto senza riempire ogni vuoto, lasciare che l’altro pianga senza correre a consolarlo, ascoltare senza dare consigli: spesso è tutto ciò che serve. Chi soffre non ha bisogno che tu risolva il suo dolore, perché non puoi, ma che tu lo condivida.

La regola d’oro: conforto verso il centro, sfogo verso l’esterno

C’è una regola semplice che aiuta moltissimo a orientarsi, ideata dalla psicologa Susan Silk ed elaborata con Barry Goldman: la «teoria degli anelli» (Ring Theory). Immagina dei cerchi concentrici: al centro c’è la persona più colpita dal lutto; negli anelli via via più esterni, chi lo è progressivamente meno: dal partner ai familiari, agli amici, ai conoscenti. La regola è una sola: conforto verso il centro, sfogo verso l’esterno (Silk & Goldman, 2013). Verso chi è più vicino al centro di te, offri solo sostegno e conforto. Il tuo dolore, il tuo spavento, il tuo bisogno di essere rassicurato, tutti legittimi, vanno rivolti a chi sta in un anello più esterno del tuo, non a chi soffre più di te. Così nessuno si ritrova a dover consolare gli altri mentre sta affondando.

Fare più che dire

Nel lutto i gesti concreti valgono più di qualunque discorso, e hanno un vantaggio: non richiedono le parole giuste. Il punto è offrire aiuti specifici, non generici. «Fammi sapere se hai bisogno» mette sulla persona in lutto il peso di chiedere, e quasi nessuno chiede. Molto meglio proporre qualcosa di preciso: «Passo giovedì a portarti la cena», «Vengo a prendere i bambini a scuola questa settimana», «Ti chiamo domani alle sei, se hai voglia rispondi». Occuparsi della spesa, delle pratiche, di una lavatrice; esserci fisicamente; mandare un messaggio che non chiede risposta. Sono gesti che dicono «ci sono» molto più di mille frasi.

Esserci anche dopo, quando gli altri se ne vanno

C’è un momento che quasi tutte le persone in lutto descrivono: dopo le prime settimane, la folla si dirada. Finiti il funerale e i primi giorni, il mondo torna alle proprie vite e chi soffre resta solo, proprio quando l’anestesia iniziale svanisce e il dolore si fa più reale. Qui puoi fare la differenza: continuare a farti vivo dopo un mese, dopo tre, ricordarti degli anniversari e delle ricorrenze, dal primo Natale al compleanno alla data della morte, con un messaggio semplice: «Oggi penso a te e al tuo papà». Non riapri una ferita: gli ricordi che non è solo.

Quando la persona non riesce a riprendersi

Stare accanto non significa sostituirsi a un aiuto professionale. Se, a molti mesi dalla perdita, noti

  • che la persona resta bloccata in un dolore che non si attenua,
  • che si isola completamente,
  • che non riesce a tornare alla vita o esprime pensieri che ti preoccupano,

puoi suggerire con delicatezza un sostegno, senza forzare: «Ho pensato che parlare con qualcuno potrebbe aiutarti; se vuoi, ti do una mano a cercarlo». Riconoscere i segnali di un lutto che si complica è importante: ne parlo nell’articolo sui sintomi del lutto non elaborato. E se vuoi capire meglio che cosa aiuta ad attraversare una perdita, può esserti utile l’articolo su come superare un lutto.

Accompagno adulti e famiglie in percorsi di elaborazione del lutto: se una persona a cui vuoi bene fatica a rialzarsi, puoi contattarmi anche solo per un consiglio su come aiutarla.

Domande frequenti su cosa dire a chi è in lutto

Qual è la cosa migliore da dire a chi ha perso una persona cara?

Le frasi più semplici e sincere: «Mi dispiace, sono qui», «Non ho parole, ma ti sono vicino». Nominare la persona morta e condividerne un ricordo è spesso un grande dono. Se non sai cosa dire, dirlo con onestà: «Non so cosa dire, ma non voglio lasciarti solo» è una delle cose più belle che puoi offrire.

Cosa è meglio non dire a una persona in lutto?

Meglio evitare le frasi che minimizzano o mettono fretta: «so come ti senti», «il tempo guarisce», «era anziano», «almeno non soffre più», «devi essere forte», «la vita continua». Anche i «lati positivi» e le consolazioni che sostituiscono ciò che è perduto («ne avrai altri») feriscono, perché nessuna persona è rimpiazzabile.

È meglio parlare della persona morta o evitare l’argomento per non far soffrire?

Parlarne, quasi sempre. Chi è in lutto teme che il proprio caro venga dimenticato: nominarlo e ricordarlo insieme è un sollievo, non una ferita. Evitare l’argomento comunica, senza volerlo, che di quel dolore non si può parlare.

Cosa posso fare concretamente per aiutare chi è in lutto?

Offrire aiuti specifici anziché generici: portare un pasto, occuparti della spesa o dei bambini, esserci fisicamente, mandare messaggi che non chiedono risposta. E continuare a farti vivo anche dopo le prime settimane, quando gli altri si allontanano e la solitudine si fa più forte.

L’autrice

La dott.ssa Elvira Ripamonti è psicologa psicoterapeuta, consulente specializzata nell’elaborazione del lutto in età evolutiva con studio a Lecco (iscrizione all’Albo degli Psicologi della Lombardia n. 14336). Ha lavorato come psicologa nel reparto di Oncologia dell’Ospedale «A. Manzoni» di Lecco, a sostegno dei malati e dei loro familiari, e in contesti di psicologia dell’emergenza. Accompagna adulti, famiglie e bambini nei percorsi di elaborazione del lutto.

Nota: questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione clinica individuale. Se una persona a te vicina sta attraversando un lutto che non riesce ad affrontare, il confronto con un professionista della salute mentale è un aiuto prezioso.

Riferimenti scientifici

  1. Silk S., Goldman B. (2013). How not to say the wrong thing. Los Angeles Times, 7 aprile 2013. (Teoria degli anelli, Ring Theory.)
  2. Doka K.J. (a cura di) (1989). Disenfranchised Grief: Recognizing Hidden Sorrow. Lexington, MA: Lexington Books.
  3. Stroebe M., Schut H., Stroebe W. (2007). Health outcomes of bereavement. The Lancet, 370(9603), 1960-1973. DOI: 10.1016/S0140-6736(07)61816-9
  4. Stroebe M., Schut H. (1999). The dual process model of coping with bereavement: rationale and description. Death Studies, 23(3), 197-224. DOI: 10.1080/074811899201046
"Non si tratta di andare avanti, ma di attraversare il dolore con presenza, parole e relazioni sicure."
Elvira Ripamonti
l’autrice
Elvira Ripamonti

Psicologa e psicoterapeuta a Lecco. Accompagno persone e famiglie nell’elaborazione del lutto e nella gestione della perdita, in studio e online.

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