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Perdere il partner: attraversare il lutto per un marito o una moglie

Elvira Ripamontipsicologa psicoterapeuta
Due tazze da caffè su un tavolo di legno accanto a una finestra, una piena e fumante, l'altra vuota: metafora della perdita del partner

«Non è solo che mi manca. È che non so più chi sono da quando lui non c’è». Questa frase, detta da una donna qualche mese dopo la morte del marito, contiene quasi tutto ciò che rende il lutto per un partner così particolare. Chi perde il compagno o la compagna di una vita non perde soltanto una persona amata: perde l’interlocutore quotidiano, la memoria condivisa, il progetto di futuro, e insieme un pezzo della propria identità. Il mondo continua a chiedere «come stai?» per qualche settimana, poi si aspetta che la vita riprenda. Ma la vita, per chi resta, va prima ricostruita, non ripresa.

In questo articolo vorrei accompagnare chi ha perso un marito o una moglie, ma anche un fidanzato o una fidanzata: perché questo lutto tocca corde diverse dagli altri, che cosa succede al corpo e alla mente nei primi mesi, come cambiano le relazioni intorno, e che cosa aiuta concretamente ad attraversarlo.

Perché la perdita del partner è un lutto a sé

Ci sono almeno tre ragioni per cui questo dolore ha una forma tutta sua.

  • La perdita è anche di identità. Nelle relazioni lunghe si costruisce un «noi» che diventa il riferimento di tutto: le abitudini, i ruoli, il modo di raccontarsi. Quando il partner muore, non resta semplicemente una persona sola: resta una persona che deve reimparare a dirsi «io». Molti descrivono la sensazione di aver perso, insieme al compagno, la propria collocazione nel mondo.
  • La perdita è quotidiana e totale. Diversamente da altri lutti, questo si ripresenta a ogni gesto della giornata: il caffè al mattino, il lato del letto, la spesa, la sera davanti alla televisione, la persona a cui raccontare com’è andata. Ogni abitudine è una piccola notifica dell’assenza.
  • La perdita è anche pratica. Al dolore si somma il carico concreto, fatto di pratiche burocratiche, gestione economica e compiti che l’altro svolgeva, spesso in una fase in cui la lucidità è al minimo.

Questo insieme di fattori spiega perché la vedovanza sia tra gli eventi di vita più stressanti misurati dalla ricerca, e perché nei primi mesi si osservi un aumento della vulnerabilità alla malattia e alla mortalità di chi resta: il cosiddetto «effetto vedovanza» (Elwert & Christakis, 2008; Stroebe, Schut & Stroebe, 2007). Non è un destino: è un dato che dice quanto sia importante, in quei mesi, prendersi cura del corpo e non restare soli.

I primi mesi: che cosa aspettarsi

Nelle prime settimane molte persone descrivono uno stato di stordimento, quasi di irrealtà, che permette di attraversare il funerale e le incombenze come in automatico. È una forma di protezione: quando si dissolve, spesso al secondo o terzo mese quando le visite si diradano, il dolore arriva più pieno e più solo.

In questa fase sono frequenti, e del tutto normali: la ricerca involontaria dell’altro (sentirne la voce, credere di vederlo tra la folla, comporre il suo numero), la difficoltà a dormire nel letto condiviso, l’inappetenza, la fatica di concentrarsi, l’irritabilità. Il modello del doppio processo (Stroebe & Schut, 1999) descrive bene ciò che accade: si oscilla tra momenti in cui il dolore prende tutto lo spazio e momenti in cui ci si occupa delle cose pratiche o si torna a ridere. Quell’alternanza non è incoerenza: è il meccanismo con cui si elabora.

Quando il rapporto era complicato

Non tutte le coppie arrivano alla fine in armonia. Chi perde un partner dopo anni difficili, o durante una crisi, o dopo una malattia che aveva già cambiato la relazione, vive un lutto ambivalente: dolore e rabbia, rimpianto e liberazione, amore e stanchezza convivono. Nel mio studio incontro spesso persone convinte che questi sentimenti squalifichino il loro dolore. È l’opposto: l’ambivalenza rende il lutto più faticoso, non meno legittimo, e riconoscerla è ciò che permette di elaborarla. Ne parlo anche a proposito del senso di colpa nel lutto.

Le relazioni intorno cambiano

Un aspetto di cui si parla poco: dopo la morte di un partner cambia spesso anche la rete sociale. Le coppie amiche non sanno come includere chi è rimasto solo; alcuni si allontanano per imbarazzo; i figli, a loro volta in lutto per il genitore, possono diventare protettivi fino a soffocare, oppure fragili e bisognosi di essere accuditi proprio da chi avrebbe bisogno di cure.

A questo si aggiungono le aspettative sociali: quanto è «giusto» piangere, quando è «troppo presto» per togliere la fede o svuotare un armadio, quando si può tornare a uscire. Vorrei dirlo con chiarezza: non esistono tempi corretti, e le tabelle di marcia degli altri non riguardano chi soffre. Riguardano il loro disagio davanti al dolore.

Che cosa aiuta

  • Non decidere nulla di irreversibile nei primi mesi. Vendere casa, trasferirsi, disfarsi di tutto: sono scelte che in una fase di sconvolgimento emotivo si prendono per cercare sollievo, e che spesso si rimpiangono. Rimandare, dove possibile, è un atto di cura verso sé stessi.
  • Ridisegnare le giornate, un pezzo alla volta. Le abitudini condivise sono il luogo in cui l’assenza fa più male. Sostituirne alcune, cambiando l’ora o il luogo della colazione, introducendo una camminata, un corso, un impegno fisso settimanale, non cancella nessuno: crea appigli.
  • Prendersi cura del corpo. Sonno, cibo, movimento e controlli medici non sono dettagli, soprattutto nel primo anno di vedovanza. È il consiglio più concreto che posso dare.
  • Tenere vivo il legame in una forma nuova. Fotografie, oggetti, riti, il continuare qualcosa che lui o lei aveva iniziato: ciò che gli studiosi chiamano continuing bonds (Klass, Silverman & Nickman, 1996). Elaborare non significa staccarsi, ma trasformare la presenza esterna in presenza interiore.
  • Accettare aiuto specifico. Chi vuole essere d’aiuto va orientato: non «chiamami se ti serve», ma un invito concreto, una mano con le pratiche, una cena fissa il giovedì. Chiedere non è un peso: è ciò che permette agli altri di esserci davvero.
  • E, più avanti, il permesso di tornare a vivere. Riprendere a viaggiare, coltivare amicizie, in alcuni casi innamorarsi di nuovo. Non è una sostituzione né un tradimento: nessuna nuova relazione cancella quella che c’è stata.

Quando chiedere aiuto

La maggior parte delle persone, pur nella sofferenza, ritrova nel tempo un proprio equilibrio: è la traiettoria più comune dopo una perdita (Bonanno, 2004). Ma esistono situazioni in cui il dolore si blocca. I segnali da non ignorare:

  • a oltre un anno la nostalgia resta acuta e invalidante;
  • si evitano completamente luoghi, oggetti e ricordi, oppure al contrario non si riesce a fare altro che pensare al partner;
  • l’isolamento è totale;
  • compaiono depressione persistente, uso di alcol o farmaci per attutire, pensieri di non voler più esserci.

In questi casi si può parlare di lutto complicato o Disturbo da Lutto Prolungato (DSM-5-TR, 2022; Shear, 2015): una condizione riconosciuta e trattabile, non una debolezza. I segnali sono descritti in dettaglio nell’articolo sui sintomi del lutto non elaborato.

Accompagno adulti e famiglie in percorsi di elaborazione del lutto. Se hai perso tuo marito o tua moglie e senti che il dolore non trova strada, puoi contattarmi per un primo colloquio.

Domande frequenti sul lutto per il partner

Quanto dura il lutto per la perdita del coniuge?

Non esiste una durata prestabilita. Nella maggior parte delle persone l’intensità più acuta si attenua nell’arco del primo anno, con ondate che ritornano in occasione di anniversari e ricorrenze. Il lutto per un partner, però, più che finire si trasforma: la vita si ricostruisce attorno alla perdita anziché cancellarla.

È normale sentire ancora la presenza del partner morto?

Sì. Sentirne la voce, credere di vederlo, parlargli, sognarlo sono esperienze frequenti nei primi mesi e non indicano un disturbo. Rientrano nella naturale rielaborazione della perdita e, per molte persone, rappresentano anzi una forma di conforto.

Quando è «giusto» togliere la fede o svuotare l’armadio?

Quando ci si sente pronti, non quando lo suggeriscono gli altri. Non esistono scadenze corrette: sono gesti simbolici che ciascuno compie con i propri tempi. In generale è utile rimandare le decisioni irreversibili, come vendere casa, trasferirsi o disfarsi di tutto, nei primi mesi dopo la perdita.

Rifarsi una vita dopo la morte del coniuge è un tradimento?

No. Tornare a stare bene, coltivare relazioni o innamorarsi di nuovo non cancella il legame precedente né la sua importanza. La ricerca sul lutto descrive l’elaborazione come una trasformazione del legame in presenza interiore, non come una sostituzione o una rimozione.

Quando rivolgersi a uno psicologo dopo la perdita del partner?

Quando a distanza di oltre un anno il dolore resta acuto e impedisce di funzionare, quando si evita completamente ogni ricordo o al contrario non si riesce a pensare ad altro, in caso di isolamento totale, depressione persistente, uso di alcol o farmaci per attutire, o pensieri di non voler più esserci.

L’autrice

La dott.ssa Elvira Ripamonti è psicologa psicoterapeuta, consulente specializzata nell’elaborazione del lutto in età evolutiva con studio a Lecco (iscrizione all’Albo degli Psicologi della Lombardia n. 14336). Ha lavorato come psicologa nel reparto di Oncologia dell’Ospedale «A. Manzoni» di Lecco, a sostegno dei malati e dei loro familiari, e in contesti di psicologia dell’emergenza. Accompagna adulti, famiglie e bambini nei percorsi di elaborazione del lutto.

Nota: questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione clinica individuale. Se hai perso il tuo compagno o la tua compagna e senti che il dolore non ti dà tregua, parlarne con un professionista della salute mentale è un atto di cura verso te stesso.

Riferimenti scientifici

  1. Elwert F., Christakis N.A. (2008). The effect of widowhood on mortality by the causes of death of both spouses. American Journal of Public Health, 98(11), 2092-2098.
  2. Stroebe M., Schut H., Stroebe W. (2007). Health outcomes of bereavement. The Lancet, 370(9603), 1960-1973. DOI: 10.1016/S0140-6736(07)61816-9
  3. Stroebe M., Schut H. (1999). The dual process model of coping with bereavement: rationale and description. Death Studies, 23(3), 197-224. DOI: 10.1080/074811899201046
  4. Bonanno G.A. (2004). Loss, trauma, and human resilience. American Psychologist, 59(1), 20-28. DOI: 10.1037/0003-066X.59.1.20
  5. Klass D., Silverman P.R., Nickman S.L. (a cura di) (1996). Continuing Bonds: New Understandings of Grief. Washington, DC: Taylor & Francis.
  6. Shear M.K. (2015). Complicated grief. The New England Journal of Medicine, 372(2), 153-160.
  7. American Psychiatric Association (2022). DSM-5-TR. Washington, DC: APA. (Disturbo da Lutto Prolungato.)
"Non si tratta di andare avanti, ma di attraversare il dolore con presenza, parole e relazioni sicure."
Elvira Ripamonti
l’autrice
Elvira Ripamonti

Psicologa e psicoterapeuta a Lecco. Accompagno persone e famiglie nell’elaborazione del lutto e nella gestione della perdita, in studio e online.

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