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Come superare un lutto: che cosa aiuta davvero

Elvira Ripamontipsicologa psicoterapeuta
Sentiero tra i prati fioriti che conduce verso la luce del mattino: metafora del cammino per superare un lutto

«Superare». È la parola che sento più spesso quando una persona in lutto varca la porta del mio studio: «Dottoressa, come faccio a superarlo?». Ed è una parola su cui ho imparato a fermarmi, perché nasconde un equivoco che invece di alleggerire aggiunge dolore al dolore: l’idea che elaborare una perdita significhi dimenticare, chiudere, tornare esattamente quelli di prima. Non è così, e non deve esserlo. La buona notizia, che vorrei arrivasse a chi legge, è che ciò che davvero aiuta ad attraversare un lutto è più umano, e più alla nostra portata, di quanto quella parola lasci immaginare.

In questo articolo vorrei raccontare che cosa dice la ricerca scientifica su come superare un lutto, o meglio su come attraversarlo, perché «superare» è forse la parola sbagliata, quali sono gli elementi che concretamente sostengono chi è nel dolore, e quando invece è giusto smettere di provarci da soli e chiedere aiuto.

Superare un lutto: perché è la parola sbagliata

Cominciamo da qui, perché è il fraintendimento più diffuso. «Superare» evoca un prima e un dopo netti, una linea di traguardo oltre la quale il dolore non c’è più e la persona amata smette di mancarci. Ma non è questo che accade, e per fortuna. La ricerca degli ultimi trent’anni ha ribaltato l’idea otto-novecentesca secondo cui elaborare il lutto significherebbe «staccarsi» completamente da chi non c’è più. Nel 1996 gli studiosi Dennis Klass, Phyllis Silverman e Steven Nickman hanno introdotto il concetto di continuing bonds, i «legami che continuano»: chi elabora una perdita in modo sano non recide il legame con la persona morta, ma lo trasforma. Il defunto smette di essere una presenza fisica e diventa una presenza interiore: un ricordo che si può abitare, una voce che continua a orientarci, senza per questo travolgerci (Klass, Silverman & Nickman, 1996).

Superare un lutto, quindi, non vuol dire smettere di amare o di ricordare. Vuol dire arrivare, con i propri tempi, a un punto in cui il ricordo non fa più solo male, ma può anche consolare. È una differenza che cambia tutto: non c’è nessuna pagina da voltare, c’è un legame da riscrivere.

Che cosa dice la ricerca su come si attraversa il dolore

Se il lutto non è una scala da salire fino in cima, che forma ha? Il modello oggi più accreditato è il modello del doppio processo (Dual Process Model), proposto da Margaret Stroebe e Henk Schut nel 1999. L’idea è tanto semplice quanto liberatoria: chi è in lutto oscilla di continuo tra due movimenti. Da un lato i momenti orientati alla perdita: il pianto, il ricordo, la nostalgia, il confronto con il vuoto. Dall’altro i momenti orientati alla ricostruzione: occuparsi delle cose pratiche, lavorare, vedere persone, persino ridere. Entrambi, sottolineano gli autori, fanno parte dell’elaborazione: distrarsi non è un tradimento, e il dolore che ritorna non è una ricaduta (Stroebe & Schut, 1999).

C’è poi un dato che ripeto spesso a chi teme di non farcela, perché ridimensiona molte paure: la risposta umana più comune a una perdita non è il crollo, ma la resilienza. Gli studi longitudinali di George Bonanno hanno mostrato che, pur nel dolore, la maggior parte delle persone mantiene nel tempo un funzionamento sostanzialmente stabile e ritrova un proprio equilibrio, senza bisogno di un intervento clinico (Bonanno, 2004). Questo non significa minimizzare la sofferenza di chi fatica di più, che esiste ed è seria, ma ricordare che l’essere umano possiede risorse profonde per attraversare la perdita. Ne ho scritto più diffusamente nell’articolo dedicato alle fasi del lutto, dove spiego perché il famoso modello delle cinque fasi vada preso come una mappa dei vissuti possibili, non come un percorso obbligato.

I «compiti» del lutto: un modo più utile di pensarci

Trovo che il modello che aiuta di più le persone, nel concreto, non sia quello delle fasi ma quello dei compiti del lutto elaborato dallo psicologo J. William Worden. La differenza è sottile ma decisiva: le fasi sono qualcosa che ci accade passivamente, i compiti sono qualcosa che possiamo attivamente attraversare. Worden ne descrive quattro, che non hanno un ordine rigido:

  • Accettare la realtà della perdita: non solo saperlo con la testa, ma lasciare che la verità della morte diventi reale anche dentro. È il compito a cui si oppongono i primi giorni di stordimento e incredulità.
  • Attraversare il dolore del lutto: sentirlo, anziché anestetizzarlo o aggirarlo. Il dolore evitato non scompare, resta in sospeso e tende a presentarsi il conto più avanti.
  • Adattarsi a un mondo in cui la persona non c’è più: imparare a fare cose di cui prima si occupava l’altro, ridefinire ruoli, abitudini, a volte la propria stessa identità.
  • Ritrovare un legame duraturo con chi è morto, dentro una vita che riparte: è il compito dei continuing bonds, trovare un posto per il ricordo che permetta di tornare a investire energia negli affetti e nel presente.

Pensare per compiti anziché per fasi restituisce un margine di azione a chi si sente in balìa del dolore. Non «a che punto sono?», ma «che cosa, oggi, posso lasciar accadere?».

Che cosa aiuta davvero, concretamente

Dalla letteratura scientifica e dall’esperienza clinica emergono alcuni fattori ricorrenti. Non sono ricette, perché il lutto non ne ha, ma direzioni che sostengono davvero.

Poter dire il dolore senza essere corretti. Una rete di relazioni che non chiede di «essere forti» ma sa stare accanto è il fattore protettivo più solido che conosciamo. Serve qualcuno che ascolti senza affrettarsi a consolare, senza spiegare, senza mettere fretta.

Rispettare i propri tempi e le proprie oscillazioni. Concedersi sia i giorni del pianto sia i giorni della vita che continua, senza leggere gli uni come regressione e gli altri come colpa. È esattamente l’oscillazione del doppio processo: fisiologica, non contraddittoria.

Prendersi cura del corpo. Nel lutto il corpo soffre insieme alla mente: il sonno, il cibo, il movimento non sono dettagli, perché la perdita di una persona cara ha effetti documentati anche sulla salute fisica (Stroebe, Schut & Stroebe, 2007). Prendersene cura è un modo concreto di prendersi cura del dolore.

Dare un senso, con i propri tempi. Gran parte del lavoro del lutto, ha mostrato lo psicologo Robert Neimeyer, è un lavoro di ricostruzione di significato: ritrovare, poco a poco, una storia in cui la perdita trovi un posto e la vita torni ad avere una direzione. Non è trovare «il lato positivo», che spesso non c’è, ma ricostruire un filo.

I riti e i gesti del ricordo. Un luogo, una data, un oggetto, una piccola abitudine dedicata a chi non c’è più: i riti danno al dolore una forma condivisibile e tengono vivo, in modo sano, quel legame che continua.

Che cosa invece non aiuta

Ci sono anche convinzioni molto diffuse che, con le migliori intenzioni, rendono il cammino più difficile. La prima è il mito dell’«essere forti»: trattenere tutto per non pesare sugli altri isola e rimanda soltanto il dolore. La seconda è l’idea che esistano tempi «giusti», a un mese o a un anno, oltre i quali si dovrebbe «aver superato»: non esistono, e sentirsi in ritardo su una tabella di marcia inventata è una sofferenza in più. La terza è la fuga sistematica: riempire ogni istante per non sentire funziona per un po’, ma il dolore evitato tende a ripresentarsi. E infine il confronto: «c’è chi sta peggio», «dovrei essere più avanti». Il lutto non è una gara, e il tuo dolore non ha bisogno di giustificarsi.

Quando superare un lutto diventa impossibile da soli

Per la maggior parte delle persone, l’intensità più acuta del dolore tende ad attenuarsi nell’arco dei primi sei-dodici mesi, pur con ondate che ritornano in occasione di anniversari e ricorrenze (Maciejewski et al., 2007; Zisook & Shear, 2009). Esiste però una minoranza, circa una persona su dieci tra chi perde un caro per cause naturali, per cui il dolore non si attenua e resta acuto, pervasivo e immobile anche a distanza di molti mesi o anni, arrivando a bloccare la vita quotidiana. In questi casi si parla di lutto complicato o, secondo le classificazioni diagnostiche più recenti, di Disturbo da Lutto Prolungato. Riconoscerlo è importante, perché non è una colpa né una debolezza, ed è una condizione che si può trattare. Ne descrivo i segnali nell’articolo dedicato ai sintomi del lutto non elaborato. Qui mi limito a dire la cosa più importante: se a molti mesi dalla perdita senti

  • che il dolore non ti dà tregua,
  • che la vita non riparte,
  • che sei solo con pensieri che spaventano,

chiedere aiuto a un professionista non significa non essere capace di soffrire. Significa non volerlo fare da solo. Nel mio lavoro accompagno adulti e famiglie proprio in questo passaggio, attraverso percorsi di elaborazione del lutto; se lo desideri, puoi contattarmi per un primo colloquio.

Domande frequenti su come superare un lutto

Quanto tempo ci vuole per superare un lutto?

Non esiste una durata uguale per tutti. Nella maggior parte delle persone l’intensità più acuta del dolore si attenua nell’arco dei primi sei-dodici mesi, con ondate che possono tornare in occasione di anniversari e ricorrenze. Il lutto, però, più che «finire» si trasforma: il legame con chi è morto non si spezza, trova una forma nuova che si può ricordare senza esserne travolti.

È normale non riuscire a smettere di pensare alla persona che ho perso?

Sì, soprattutto nei primi tempi. La nostalgia struggente della persona perduta è, secondo la ricerca, l’emozione predominante del lutto. Ricordare, sognare, «sentire» la presenza dell’altro nei primi mesi non è un segnale di patologia, ma un modo in cui la mente elabora la perdita.

Distrarsi e tornare a vivere significa dimenticare chi non c’è più?

No. Secondo il modello del doppio processo di Stroebe e Schut, alternare momenti di dolore e momenti di vita normale è parte fisiologica dell’elaborazione. Occuparsi del lavoro, vedere persone, persino ridere non è tradire chi è morto: è ciò che, nel tempo, permette di integrare la perdita.

Come si fa ad aiutare qualcuno a superare un lutto?

Il sostegno più efficace è la presenza che non giudica e non mette fretta: ascoltare senza correggere, senza offrire spiegazioni o «lati positivi», restare accanto anche nel silenzio. Evitare frasi come «devi essere forte» o «ormai è passato tanto tempo» e offrire aiuti concreti fa più di mille consigli.

Quando è il caso di rivolgersi a uno psicologo per un lutto?

Quando, a molti mesi dalla perdita, il dolore resta acuto, pervasivo e immobile, e interferisce in modo significativo con la vita quotidiana, il lavoro e le relazioni. In questi casi può trattarsi di un lutto complicato (Disturbo da Lutto Prolungato), una condizione riconosciuta e trattabile: rivolgersi a un professionista della salute mentale è un atto di cura verso se stessi.

L’autrice

La dott.ssa Elvira Ripamonti è psicologa psicoterapeuta, consulente specializzata nell’elaborazione del lutto in età evolutiva con studio a Lecco (iscrizione all’Albo degli Psicologi della Lombardia n. 14336). Nel suo percorso professionale ha lavorato come psicologa nel reparto di Oncologia dell’Ospedale «A. Manzoni» di Lecco, a sostegno dei malati e dei loro familiari, e ha operato in contesti di psicologia dell’emergenza. Accompagna adulti, famiglie e bambini nei percorsi di elaborazione del lutto e nella costruzione di un rapporto più consapevole con la finitudine.

Nota: questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione clinica individuale. Se stai attraversando un lutto e senti che il dolore non ti dà tregua, parlarne con un professionista della salute mentale è un atto di cura verso te stesso.

Riferimenti scientifici

  1. Klass D., Silverman P.R., Nickman S.L. (a cura di) (1996). Continuing Bonds: New Understandings of Grief. Washington, DC: Taylor & Francis.
  2. Stroebe M., Schut H. (1999). The dual process model of coping with bereavement: rationale and description. Death Studies, 23(3), 197-224. DOI: 10.1080/074811899201046
  3. Bonanno G.A. (2004). Loss, trauma, and human resilience. American Psychologist, 59(1), 20-28. DOI: 10.1037/0003-066X.59.1.20
  4. Worden J.W. (2009). Grief Counseling and Grief Therapy: A Handbook for the Mental Health Practitioner (4ª ed.). New York: Springer. (Trad. it.: Il trattamento del lutto, Cortina.)
  5. Neimeyer R.A. (a cura di) (2001). Meaning Reconstruction and the Experience of Loss. Washington, DC: American Psychological Association. DOI: 10.1037/10397-000
  6. Maciejewski P.K., Zhang B., Block S.D., Prigerson H.G. (2007). An empirical examination of the stage theory of grief. JAMA, 297(7), 716-723. DOI: 10.1001/jama.297.7.716
  7. Zisook S., Shear K. (2009). Grief and bereavement: what psychiatrists need to know. World Psychiatry, 8(2), 67-74. PubMed
  8. Stroebe M., Schut H., Stroebe W. (2007). Health outcomes of bereavement. The Lancet, 370(9603), 1960-1973. DOI: 10.1016/S0140-6736(07)61816-9
"Non si tratta di andare avanti, ma di attraversare il dolore con presenza, parole e relazioni sicure."
Elvira Ripamonti
l’autrice
Elvira Ripamonti

Psicologa e psicoterapeuta a Lecco. Accompagno persone e famiglie nell’elaborazione del lutto e nella gestione della perdita, in studio e online.

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