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Le fasi del lutto: che cosa sono davvero e perché non sono uguali per tutti

Elvira Ripamontipsicologa psicoterapeuta
Mare calmo all'alba, onde che vanno e vengono sulla riva: metafora delle fasi del lutto

«Nessuno mi aveva mai detto che il dolore somiglia così tanto alla paura», scriveva C.S. Lewis nel diario tenuto dopo la morte della moglie. Quando è morto mio padre, nel 2011, dopo una lunga malattia, ho riconosciuto in quelle parole qualcosa di profondamente vero: il lutto non era come me lo aspettavo. Non era ordinato, non procedeva per gradini, non assomigliava agli schemi che pure, da psicologa, conoscevo bene. C’erano giorni di quiete inattesa e giorni in cui il dolore tornava intero, come il primo giorno. È anche per questo che, quando una persona in lutto mi chiede con preoccupazione «Dottoressa, ma io a che fase sono? Sto sbagliando qualcosa?», sento il bisogno di fermarmi e fare chiarezza. Perché le “fasi del lutto” sono una delle idee psicologiche più famose al mondo … e una delle più fraintese.

In questo articolo vorrei raccontare da dove nasce il modello delle cinque fasi, che cosa dice davvero la ricerca scientifica sul modo in cui le persone attraversano una perdita, e perché conoscere questi dati può alleggerire chi è nel dolore da un peso che non gli appartiene: quello di soffrire “nel modo giusto”.

Le cinque fasi del lutto: da dove nasce il modello più famoso

Il modello delle cinque fasi nasce nel 1969, quando la psichiatra svizzero-americana Elisabeth Kübler-Ross pubblica “On Death and Dying” (in italiano “La morte e il morire”), un libro destinato a cambiare per sempre il modo in cui l’Occidente parla della fine della vita. Lavorando accanto a centinaia di pazienti gravemente malati, Kübler-Ross descrisse cinque reazioni ricorrenti di fronte alla notizia di una malattia terminale: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione (Kübler-Ross, 1969).

C’è però un dettaglio storico che pochi conoscono e che cambia molto le cose: quel modello fu elaborato osservando persone che si avvicinavano alla propria morte, non persone in lutto per la morte di qualcun altro. Solo in seguito le cinque fasi furono estese – dalla cultura popolare prima ancora che dalla clinica – all’esperienza di chi resta. La stessa Kübler-Ross, nel suo ultimo libro, scritto con David Kessler, precisò che le fasi non erano mai state pensate come tappe obbligate e lineari: «Non sono fermate ordinate di un percorso», scrisse, ma reazioni possibili, che non tutti vivono e non in quell’ordine.

Vale la pena conoscerle, dunque, per quello che sono: una mappa dei vissuti possibili, non un itinerario obbligato.

Le cinque fasi in sintesi

  • Negazione: l’attutimento iniziale, il “non può essere vero”. È una protezione che dà alla mente il tempo di assorbire l’urto.
  • Rabbia: verso la vita, verso i medici, verso chi è morto, a volte verso se stessi. È spesso la fase più difficile da accettare socialmente.
  • Contrattazione: i “se solo avessi…”, i patti mentali con il destino. È il tentativo della mente di riprendere il controllo.
  • Depressione: la tristezza profonda che arriva quando la realtà della perdita si fa piena.
  • Accettazione: non l’essere “guariti”, ma il poter convivere con la realtà della perdita.

E le quattro fasi del lutto? Lo sguardo psicoanalitico, da Freud a Bowlby

Accanto al modello di Kübler-Ross, chi cerca informazioni sulle fasi del lutto incontra spesso un secondo schema, a me particolarmente caro per formazione: quello psicoanalitico. Fu Sigmund Freud, nel saggio “Lutto e melanconia” (1917), a compiere il primo gesto fondativo: distinguere il lutto – processo doloroso ma fisiologico, il “lavoro” psichico con cui ci si separa a poco a poco da chi si è perduto – dalla melanconia, in cui quel lavoro si blocca e il dolore si rivolge contro il soggetto stesso. È una distinzione che, un secolo dopo, la clinica del lutto complicato avrebbe sostanzialmente confermato.

Su questa base John Bowlby, il padre della teoria dell’attaccamento, ha descritto nel volume “Attaccamento e perdita” (1980) il lutto come reazione alla rottura di un legame di attaccamento, articolata in quattro fasi: lo stordimento e l’incredulità dei primi giorni; la ricerca e lo struggimento, in cui si desidera e quasi si “cerca” la persona perduta – è interessante notare che proprio lo struggimento (yearning) è l’emozione che la ricerca empirica moderna ha trovato predominante nel lutto; la disorganizzazione e disperazione, quando la realtà della perdita si impone; e infine la riorganizzazione, in cui la vita trova un nuovo assetto che include l’assenza.

Anche per Bowlby, va detto, le fasi sono descrizioni flessibili e non tappe obbligate. Ma il suo modello aggiunge qualcosa che trovo prezioso da dire a chi soffre: il lutto non è solo una sequenza di emozioni, è ciò che accade a un legame. Per questo non si “supera” come si supera un ostacolo: si trasforma, come si trasforma un rapporto.

Che cosa dice la ricerca: il lutto non è una scala

Per decenni il modello delle fasi è stato insegnato e divulgato senza una vera verifica empirica. La verifica è arrivata, ed è istruttiva.

Lo studio più citato è quello di Maciejewski e colleghi, pubblicato su JAMA nel 2007: i ricercatori hanno seguito 233 persone in lutto per la morte di una persona cara per cause naturali, misurando nel tempo i vissuti previsti dal modello delle fasi. I risultati hanno sorpreso molti: l’emozione predominante non era la negazione né la rabbia, ma la nostalgia struggente della persona perduta (in inglese yearning), presente fin dall’inizio e a lungo. Gli indicatori “negativi” del lutto raggiungevano il loro picco entro circa sei mesi nella maggior parte dei casi, e l’accettazione – contrariamente all’idea di una conquista finale – era presente in misura significativa già nei primi tempi dopo la perdita, e cresceva gradualmente (Maciejewski et al., 2007).

Una conferma ancora più radicale viene dagli studi longitudinali di George Bonanno, uno dei massimi ricercatori mondiali sul lutto. Seguendo un ampio gruppo di persone da prima della perdita fino a 18 mesi dopo, Bonanno e colleghi hanno individuato non un percorso unico, ma traiettorie diverse: il gruppo più numeroso – sorprendentemente – era quello delle persone resilienti, che pur soffrendo mantenevano un funzionamento sostanzialmente stabile; altri mostravano un dolore intenso che si attenuava gradualmente; una minoranza sviluppava un dolore cronico e persistente (Bonanno et al., 2002). In un lavoro successivo, diventato un classico, Bonanno ha sottolineato come la capacità umana di “prosperare anche dopo eventi estremamente avversi” sia stata a lungo sottostimata dalla psicologia: la resilienza non è l’eccezione, è la risposta più comune (Bonanno, 2004).

Infine, nel 2017, tre tra i più autorevoli studiosi del lutto – Margaret Stroebe, Henk Schut e Kathrin Boerner – hanno pubblicato un articolo il cui titolo è già un programma: “Cautioning health-care professionals: bereaved persons are misguided through the stages of grief”, ovvero un invito esplicito ai professionisti della salute a non guidare le persone in lutto attraverso le fasi, perché il modello, applicato rigidamente, può risultare fuorviante e persino dannoso (Stroebe, Schut & Boerner, 2017).

Significa che Kübler-Ross “aveva torto”?

No, e mi preme dirlo con rispetto: il lavoro di Kübler-Ross ha avuto il merito storico immenso di rompere il silenzio sulla morte e di restituire dignità e ascolto ai morenti – un’eredità che sento viva ogni giorno nel mio lavoro e che è alla radice della stessa Death Education. Il problema non è il suo lavoro: è l’uso semplificato che ne è stato fatto, trasformando osservazioni cliniche in una “tabella di marcia” che la ricerca non conferma.

Come funziona davvero: il modello del doppio processo

Se il lutto non è una scala, che forma ha? Il modello oggi più accreditato dalla ricerca è il “Dual Process Model” (modello del doppio processo), proposto da Margaret Stroebe e Henk Schut su Death Studies nel 1999. L’idea è tanto semplice quanto liberatoria: chi è in lutto oscilla continuamente tra due polarità. Da una parte i momenti orientati alla perdita: il pianto, il ricordo, la nostalgia, il confronto con il vuoto. Dall’altra i momenti orientati alla ricostruzione: occuparsi delle cose pratiche, lavorare, vedere persone, persino ridere e distrarsi (Stroebe & Schut, 1999).

Il punto cruciale è che entrambi i movimenti fanno parte dell’elaborazione. La distrazione non è tradimento; il dolore che torna non è ricaduta. È esattamente l’oscillazione tra i due poli a permettere, nel tempo, l’integrazione della perdita. Chi mi legge da tempo riconoscerà qui qualcosa che ho descritto a proposito del lutto dei bambini, che “entrano ed escono” dal dolore: gli adulti, in fondo, fanno lo stesso – solo con più sensi di colpa.

Come si manifesta il lutto: i segnali più comuni

Prima di chiederci “a che fase siamo”, è più utile riconoscere i modi – tutti legittimi – in cui il lutto si manifesta. Sul piano emotivo: tristezza profonda, nostalgia, rabbia, senso di colpa, paura, ma anche momenti di apparente indifferenza che proteggono dal troppo dolore. Sul piano del corpo: disturbi del sonno, stanchezza, alterazioni dell’appetito, oppressione al petto, dolori diffusi – il lutto è uno stress globale dell’organismo, con effetti documentati anche sulla salute fisica (Stroebe, Schut & Stroebe, 2007). Sul piano dei pensieri: difficoltà di concentrazione, ricordi ricorrenti, sogni vividi, a volte la sensazione fugace di aver visto o sentito la persona amata – un’esperienza comune che spaventa molti e che, nei primi tempi, non è affatto patologica. Sul piano dei comportamenti: ritiro o, all’opposto, iperattività per non pensare.

Conoscere queste manifestazioni serve a una cosa sola: a non spaventarsi di se stessi. Quasi tutto, nel lutto, è normale. Ciò che merita attenzione non è la forma del dolore, ma – come vedremo – il suo restare immobile nel tempo.

Quanto dura il lutto?

È una delle domande che mi vengono rivolte più spesso, e capisco bene da dove nasce: il dolore fa paura, e si vorrebbe sapere quando finirà. La risposta onesta è che non esiste una durata “giusta” e uguale per tutti. La ricerca ci dice però alcune cose utili. Per la maggior parte delle persone, l’intensità più acuta del dolore tende ad attenuarsi nell’arco dei primi sei-dodici mesi, pur con ondate che ritornano – anniversari, ricorrenze, luoghi, odori (Maciejewski et al., 2007; Zisook & Shear, 2009). Il lutto, inoltre, non “finisce”: si trasforma. Il legame con chi è morto non si recide, trova una forma nuova – un ricordo che si può abitare senza esserne travolti.

Esiste però una minoranza di persone – circa una su dieci tra chi perde una persona cara per cause naturali – per cui il dolore non si attenua e resta acuto, pervasivo, immobile anche a distanza di molti mesi o anni. In questi casi si parla di lutto complicato o, secondo le classificazioni più recenti, di Disturbo da Lutto Prolungato. Ne parlo in modo approfondito nell’articolo dedicato ai segnali del lutto non elaborato; qui mi limito a dire la cosa più importante: non è una colpa né una debolezza, e si può trattare.

Quando le fasi diventano una gabbia

Perché il modello delle fasi, nonostante tutto, resiste? Credo perché offre ciò che il lutto toglie: un ordine, una prevedibilità, una promessa di fine. Di fronte al caos del dolore, una mappa con cinque tappe rassicura. E in parte può anche aiutare: dà parole a vissuti che altrimenti resterebbero muti, e dice una cosa vera e preziosa – che la rabbia, la negazione, la disperazione sono reazioni normali, non segni di follia.

Il problema nasce quando la mappa diventa una gabbia. Nel mio studio ho incontrato persone ferite due volte: dalla perdita, e dal giudizio – proprio o altrui – di non starla attraversando “correttamente”. Chi non ha pianto al funerale e si chiede se è un mostro. Chi a distanza di un anno sta bene e si sente in colpa per questo. Chi si sente dire «sei ancora arrabbiato? Dovresti essere già alla depressione», come se il dolore fosse un compito da svolgere nell’ordine giusto. A tutte queste persone la ricerca scientifica offre una notizia liberatoria: non esiste un modo giusto di soffrire. Esiste il tuo modo.

Che cosa aiuta davvero

Se non sono le fasi a guidare, che cosa sostiene chi è in lutto? Dalla letteratura e dall’esperienza clinica emergono alcuni elementi ricorrenti. Il primo è la possibilità di dire il dolore senza essere corretti: una rete di relazioni che non chiede di “essere forti” ma sa stare accanto, è il fattore protettivo più solido che conosciamo. Il secondo è il rispetto dei propri tempi e delle proprie oscillazioni: concedersi sia i giorni del pianto sia i giorni della vita che continua, senza leggere gli uni come regressione e gli altri come tradimento. Il terzo è la cura del corpo, che nel lutto soffre insieme alla mente: il sonno, il cibo, il movimento non sono dettagli, perché la perdita di una persona cara ha effetti documentati anche sulla salute fisica (Stroebe, Schut & Stroebe, 2007). Il quarto sono i riti e i gesti del ricordo, che danno al dolore una forma condivisibile.

E poi c’è il momento in cui è giusto chiedere aiuto a un professionista: quando il dolore, a molti mesi dalla perdita, resta immobile e pervasivo; quando la vita quotidiana non riparte; quando si è soli con pensieri che spaventano. Chiedere aiuto non significa non essere capaci di soffrire: significa non volerlo fare da soli.

Educare al lutto prima del lutto

Chiudo con una considerazione che mi sta particolarmente a cuore. La fortuna del modello delle fasi dice qualcosa della nostra cultura: abbiamo un disperato bisogno di schemi per pensare la morte, perché non abbiamo più parole condivise per farlo. È esattamente il vuoto su cui lavora la Death Education, l’educazione alla finitudine di cui mi occupo e di cui ho scritto in questo blog: imparare a pensare la morte e il lutto prima di esserne attraversati significa arrivare a quell’appuntamento – che è di tutti – con strumenti più veri di una scala a cinque gradini. Il lutto non si supera eseguendo correttamente delle fasi. Si attraversa, ciascuno a suo modo, possibilmente non da soli.

Domande frequenti sulle fasi del lutto

Quali sono le 5 fasi del lutto?

Il modello proposto da Elisabeth Kübler-Ross nel 1969 descrive cinque reazioni: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. È importante sapere che fu elaborato osservando persone malate terminali, non persone in lutto, e che la stessa autrice precisò che non si tratta di tappe obbligate né ordinate.

Quali sono le 4 fasi del lutto secondo Bowlby?

Nel modello di John Bowlby, fondato sulla teoria dell’attaccamento, il lutto attraversa quattro momenti: stordimento e incredulità; ricerca e struggimento della persona perduta; disorganizzazione e disperazione; riorganizzazione. Anche queste fasi sono descrizioni flessibili, non tappe obbligate: descrivono ciò che accade a un legame quando si spezza.

Le fasi del lutto valgono per tutti e in quest’ordine?

No. La ricerca scientifica – in particolare lo studio di Maciejewski e colleghi pubblicato su JAMA nel 2007 e gli studi longitudinali di George Bonanno – mostra che il lutto non procede per fasi ordinate: le persone seguono traiettorie diverse, l’emozione predominante è spesso la nostalgia (non la negazione o la rabbia) e la risposta più comune alla perdita è la resilienza.

Quanto dura il lutto?

Non esiste una durata uguale per tutti. Nella maggior parte delle persone l’intensità più acuta del dolore si attenua nell’arco dei primi sei-dodici mesi, con ondate che possono ritornare in occasione di anniversari e ricorrenze. Il lutto non “finisce”: si trasforma in un legame che si può ricordare senza esserne travolti.

Come si manifesta il lutto?

Il lutto coinvolge le emozioni (tristezza, nostalgia, rabbia, senso di colpa), il corpo (disturbi del sonno, stanchezza, alterazioni dell’appetito, oppressione al petto), i pensieri (difficoltà di concentrazione, ricordi ricorrenti) e i comportamenti (ritiro o iperattività). Quasi tutte queste manifestazioni, nei primi tempi, sono normali e non indicano un disturbo.

Cosa significa che il lutto funziona “a oscillazione”?

Secondo il modello del doppio processo di Stroebe e Schut, chi è in lutto alterna momenti orientati alla perdita (pianto, ricordo, nostalgia) e momenti orientati alla ricostruzione (attività, relazioni, persino svago). Entrambi i movimenti fanno parte dell’elaborazione: distrarsi non è tradire chi è morto.

Quando bisogna preoccuparsi e chiedere aiuto?

Quando, a distanza di molti mesi dalla perdita, il dolore resta acuto, pervasivo e immobile, interferendo in modo significativo con la vita quotidiana, il lavoro e le relazioni. In questi casi può trattarsi di un lutto complicato (Disturbo da Lutto Prolungato), una condizione riconosciuta e trattabile: è opportuno rivolgersi a un professionista della salute mentale.

L’autrice

La dott.ssa Elvira Ripamonti è psicologa psicoterapeuta, consulente specializzata nell’elaborazione del lutto in età evolutiva con studio a Lecco (iscrizione all’Albo degli Psicologi della Lombardia n. 14336). Nel suo percorso professionale ha lavorato come psicologa nel reparto di Oncologia dell’Ospedale “A. Manzoni” di Lecco, a sostegno dei malati e dei loro familiari, e ha operato in contesti di psicologia dell’emergenza. Accompagna adulti, famiglie e bambini nei percorsi di elaborazione del lutto e nella costruzione di un rapporto più consapevole con la finitudine.

Nota: questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione clinica individuale. Se stai attraversando un lutto e senti che il dolore non ti dà tregua, parlarne con un professionista della salute mentale è un atto di cura verso te stesso.

Riferimenti scientifici

  1. Kübler-Ross E. (1969). On Death and Dying. New York: Macmillan. (Trad. it.: La morte e il morire, Cittadella Editrice.)
  2. Freud S. (1917). Lutto e melanconia. In: Opere di Sigmund Freud, vol. VIII. Torino: Bollati Boringhieri.
  3. Bowlby J. (1980). Attachment and Loss. Vol. 3: Loss. Sadness and Depression. New York: Basic Books.
  4. Maciejewski P.K., Zhang B., Block S.D., Prigerson H.G. (2007). An empirical examination of the stage theory of grief. JAMA, 297(7), 716-723. DOI: 10.1001/jama.297.7.716
  5. Stroebe M., Schut H. (1999). The dual process model of coping with bereavement: rationale and description. Death Studies, 23(3), 197-224. DOI: 10.1080/074811899201046
  6. Stroebe M., Schut H., Boerner K. (2017). Cautioning health-care professionals: Bereaved persons are misguided through the stages of grief. Omega (Westport), 74(4), 455-473. DOI: 10.1177/0030222817691870
  7. Bonanno G.A., Wortman C.B., Lehman D.R. et al. (2002). Resilience to loss and chronic grief: a prospective study from preloss to 18-months postloss. Journal of Personality and Social Psychology, 83(5), 1150-1164. DOI: 10.1037/0022-3514.83.5.1150
  8. Bonanno G.A. (2004). Loss, trauma, and human resilience. American Psychologist, 59(1), 20-28. DOI: 10.1037/0003-066X.59.1.20
  9. Zisook S., Shear K. (2009). Grief and bereavement: what psychiatrists need to know. World Psychiatry, 8(2), 67-74. PubMed
  10. Stroebe M., Schut H., Stroebe W. (2007). Health outcomes of bereavement. The Lancet, 370(9603), 1960-1973. DOI: 10.1016/S0140-6736(07)61816-9
"Non si tratta di andare avanti, ma di attraversare il dolore con presenza, parole e relazioni sicure."
Elvira Ripamonti
l’autrice
Elvira Ripamonti

Psicologa e psicoterapeuta a Lecco. Accompagno persone e famiglie nell’elaborazione del lutto e nella gestione della perdita, in studio e online.

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