Negli ultimi mesi in cui ho accompagnato mia sorella nel fine vita, c’era una domanda che mi veniva rivolta continuamente, quasi sottovoce, con delicatezza: “Ma cosa dite alla bambina?”. Oppure: “Come sta tua nipote?”. All’epoca aveva cinque anni. Mi colpiva profondamente accorgermi di quanto, anche dentro il dolore più grande, la preoccupazione di molti (me compresa) andasse subito alla bambina, a come proteggerla, a cosa dire, a cosa non dire e alla sua possibilità di reggere un dolore così grande quale la morte della madre. Ed è proprio da questa mia esperienza personale che ho compreso ancora più chiaramente una cosa: i bambini non hanno bisogno di essere protetti dalla verità, ma di essere accompagnati dentro la verità con presenza, sincerità e cura. Perché il modo in cui un bambino attraversa una perdita dipende moltissimo dagli adulti che gli stanno accanto e da come quel dolore viene condiviso, nominato e sostenuto insieme.
Questo articolo nasce per offrire a genitori, insegnanti ed educatori uno sguardo documentato e, spero, rassicurante sul lutto infantile. Parlerò di come i bambini comprendono la morte alle diverse età, di che cosa distingue il loro lutto da quello degli adulti, di quando – e in che misura – il lutto può complicarsi, e del ruolo che la Death Education può avere nel prevenire le difficoltà più serie. È il secondo articolo di un percorso in due tappe: nel primo ho spiegato che cos’è la Death Education e che cosa ne dice la ricerca; qui entriamo nello specifico dell’infanzia.
Quanti sono, davvero, i bambini in lutto
C’è un’idea diffusa secondo cui la morte, nell’infanzia, sarebbe un’eccezione rara. I dati raccontano qualcos’altro. Uno studio pubblicato sull’American Journal of Orthopsychiatry nel 2020 ha applicato un modello statistico (il Childhood Bereavement Estimation Model) ai dati demografici degli Stati Uniti, stimando che circa il 7% dei bambini sperimenta la morte di un genitore o di un fratello entro i 18 anni – quasi cinque milioni di minori – e che la cifra più che raddoppia se si considerano i giovani fino ai 25 anni (Burns et al., 2020). A queste perdite vanno aggiunte quelle, ben più frequenti, di nonni, zii, amici, insegnanti.
Significa che in ogni classe scolastica, statisticamente, ci sono bambini che hanno già attraversato un lutto o lo attraverseranno durante il percorso scolastico. Non si tratta di un tema marginale: è un’esperienza che riguarda l’infanzia molto più di quanto la nostra cultura sia disposta ad ammettere. E proprio perché è così diffusa, merita di essere compresa con strumenti adeguati.
Come i bambini comprendono la morte
Per accompagnare un bambino in un lutto, il primo passo è capire come funziona la sua mente di fronte alla morte. La comprensione della morte non è un “tutto o niente”: è una conquista che si costruisce per gradi.
La psicologia dello sviluppo, a partire dalla rassegna classica di Speece e Brent pubblicata su Child Development nel 1984, descrive la maturazione del concetto di morte attraverso alcune componenti chiave (Speece & Brent, 1984):
- Irreversibilità: chi è morto non può tornare in vita.
- Non-funzionalità: con la morte cessano tutte le funzioni vitali e mentali (non si sente freddo, non si ha fame, non si sogna).
- Universalità: tutti gli esseri viventi muoiono, nessuno escluso.
- Causalità: la morte ha cause biologiche; non è una punizione, né il risultato di un pensiero o di un desiderio.
La ricerca mostra che la maggior parte dei bambini integra queste componenti tra i 5 e i 7 anni circa, in coincidenza con un’importante evoluzione del pensiero. Prima di quell’età la comprensione è parziale, ed è qui che nascono molti dei fraintendimenti più dolorosi.
In termini indicativi – e sottolineo indicativi, perché ogni bambino ha i suoi tempi – possiamo descrivere così il percorso. Sotto i 2-3 anni il bambino non possiede un concetto di morte, ma percepisce con grande nitidezza l’assenza di una figura di riferimento e il clima emotivo della famiglia, e ne risente. Tra i 3 e i 5-6 anni prevale un pensiero magico e concreto: la morte è spesso vissuta come reversibile o temporanea, “come un sonno” o “un viaggio”, e il bambino può continuare a chiedere quando la persona tornerà. In questa fase può anche affacciarsi un vissuto particolarmente delicato: la convinzione di aver causato la morte con un proprio pensiero, un capriccio o un comportamento – il cosiddetto senso di colpa magico. Tra i 6 e i 10 anni la comprensione si fa più realistica e completa; proprio per questo possono comparire ansie nuove, paure per la salute dei genitori o per la propria. Dalla preadolescenza in poi il concetto di morte è maturo e si arricchisce di una dimensione esistenziale, ma la gestione delle emozioni resta complessa e spesso si esprime attraverso il ritiro o l’irritabilità.
Conoscere questa traiettoria non serve a “fare gli esperti” con i propri figli. Serve a una cosa molto pratica: parlare al bambino che si ha davanti, e non a un bambino immaginario.
Il lutto dei bambini non è quello degli adulti
Uno degli errori più comuni è aspettarsi che un bambino elabori una perdita come farebbe un adulto: con un dolore visibile, continuo, riconoscibile. Non è così, e non perché il bambino soffra meno.
La ricerca sul lutto infantile descrive un processo che non è lineare e che procede per intermittenze. Una rassegna pubblicata sulla rivista L’Encéphale nel 2020 sottolinea come il lutto, nei bambini e negli adolescenti, non segua fasi ordinate e sia spesso caratterizzato da momenti di regressione (Revet et al., 2020). Il bambino, come si dice efficacemente, “entra ed esce dal lutto”: può piangere disperatamente e cinque minuti dopo chiedere di andare a giocare, e questo non è segno di indifferenza ma di una modalità di autoprotezione del tutto fisiologica. La sua struttura emotiva non è ancora in grado di sostenere il dolore in modo continuativo, e così lo affronta a piccole dosi.
Il dolore, inoltre, raramente prende la forma di una tristezza dichiarata. Si manifesta più spesso attraverso il corpo e il comportamento: disturbi del sonno, mal di pancia o mal di testa, regressioni (un bambino già autonomo che torna a fare la pipì a letto o a volere il ciuccio), irritabilità, difficoltà di concentrazione e calo del rendimento scolastico, oppure, al contrario, una “bravura” eccessiva e silenziosa. Un contributo pubblicato sul Journal of Child & Adolescent Trauma nel 2022 evidenzia proprio come le manifestazioni del lutto cambino a seconda dell’età e dello stadio di sviluppo, e come si dispieghino sempre all’interno del contesto di accudimento del bambino (Alvis et al., 2022). Tradotto: non esiste il lutto del bambino “in astratto”; esiste il lutto di quel bambino, dentro quella famiglia.
Quando il lutto si complica: il Disturbo da Lutto Prolungato
La grande maggioranza dei bambini, sostenuta da adulti presenti e da relazioni sicure, attraversa il lutto senza sviluppare un disturbo. La resilienza, nell’infanzia, è la regola più della patologia. È un punto che mi preme ribadire, perché il timore opposto – “mio figlio resterà segnato per sempre” – è esso stesso una fonte di sofferenza, e non corrisponde ai dati.
Esiste però una quota di bambini per i quali il dolore non si integra, ma si blocca. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha definito con precisione questa condizione: il Disturbo da Lutto Prolungato (Prolonged Grief Disorder), oggi riconosciuto sia nella classificazione internazionale delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (ICD-11) sia, dal 2022, nella quinta edizione rivista del manuale diagnostico DSM-5-TR. Si parla di lutto prolungato quando, a distanza di molti mesi dalla perdita, persistono un desiderio intenso della persona scomparsa, un dolore pervasivo e una serie di difficoltà che interferiscono in modo significativo con la vita quotidiana, lo studio e le relazioni.
Quanto è frequente nei bambini? Una revisione sistematica pubblicata su L’Encéphale nel 2024 ha raccolto gli studi disponibili, individuando stime di prevalenza del Disturbo da Lutto Prolungato nei bambini e negli adolescenti in lutto comprese tra il 10% e il 32% (Falala et al., 2024). È una forbice ampia, che dipende dai criteri e dalle popolazioni studiate, ma anche la stima più prudente – circa un bambino in lutto su dieci – indica un fenomeno tutt’altro che trascurabile.
Un aspetto importante, dimostrato dalla ricerca, è che il lutto prolungato è una condizione distinta dalla depressione e dal disturbo post-traumatico da stress: non è semplicemente “tristezza che dura”. Uno studio condotto su 332 bambini in lutto e pubblicato su Psychiatry Research nel 2017 ha identificato profili differenti: accanto a un gruppo resiliente, sono emersi un gruppo con sintomi prevalenti di lutto prolungato e un gruppo con un quadro misto di lutto e stress post-traumatico (Boelen et al., 2017). Riconoscere questa specificità è decisivo, perché un lutto complicato richiede un sostegno mirato, diverso da quello che si offrirebbe per una depressione.
Fattori di rischio e fattori protettivi
Se non tutti i bambini reagiscono allo stesso modo, è perché entrano in gioco numerose variabili. Conoscerle permette di capire dove è possibile intervenire.
Tra i fattori di rischio, la revisione sistematica del 2024 segnala l’esposizione a traumi o ad altre perdite, la presenza di stress cronici come le difficoltà economiche, e una modalità di funzionamento centrata sull’evitamento, cioè sulla tendenza a non pensare e a non parlare di ciò che è accaduto (Falala et al., 2024). Anche il modo in cui la morte è stata vissuta nell’immediato conta: uno studio pubblicato sull’European Journal of Psychotraumatology nel 2021 ha mostrato che l’intensità del disagio provato dal bambino al momento della perdita predice la gravità dei sintomi di lutto prolungato nei mesi successivi (Revet et al., 2021).
Gli effetti di un lutto non sostenuto, inoltre, possono prolungarsi nel tempo. Un ampio studio di coorte svedese pubblicato sul Journal of Adolescent Health nel 2018, condotto su oltre 400.000 persone, ha rilevato che la perdita di un genitore o di un fratello durante l’infanzia si associa a un aumento del rischio di una minore resilienza allo stress nella tarda adolescenza (Kennedy et al., 2018). Non è un destino – è fondamentale dirlo – ma un motivo in più per non lasciare i bambini soli nel loro dolore.
La buona notizia è che esistono fattori protettivi altrettanto chiari, e che sono in larga parte alla portata delle famiglie e delle scuole. Il più robusto è il supporto sociale: la stessa letteratura che individua i fattori di rischio indica con coerenza che la rete di relazioni intorno al bambino ha un effetto protettivo (Falala et al., 2024). A questo si aggiungono la stabilità dell’ambiente di accudimento, la possibilità di dare un nome alle emozioni e una comunicazione familiare aperta e onesta. Sono esattamente i terreni su cui lavora la Death Education.
La Death Education come prevenzione del lutto complicato
Arriviamo così al cuore di questo articolo. Se il supporto, la comunicazione e la capacità di pensare la morte sono fattori protettivi, allora costruirli prima che una perdita avvenga – o accompagnarli durante e dopo – è una forma concreta di prevenzione. Questo è, in sostanza, ciò che la Death Education si propone di fare.
Come ho descritto nel primo articolo, l’educazione alla morte si articola su tre livelli, e tutti e tre hanno una funzione preventiva rispetto al lutto complicato dei bambini:
- Il livello primario – la Death Education “a freddo”, in famiglia e a scuola – offre al bambino, prima di ogni perdita, un vocabolario e un’esperienza di pensiero su un tema che altrimenti lo coglierebbe del tutto impreparato. Un bambino che ha già potuto parlare della morte di un animale, di una foglia che cade, di un personaggio di un libro, affronta la perdita reale con qualche strumento in più.
- Il livello secondario accompagna le famiglie quando una morte è annunciata, ad esempio durante la malattia di un genitore, sostenendo quella comunicazione anticipatoria che protegge i bambini dall’essere lasciati ai margini.
- Il livello terziario affianca il bambino e la famiglia dopo la perdita, favorendo l’espressione delle emozioni e la costruzione di un ricordo.
La logica è quella, ben nota in medicina, della prevenzione: non possiamo evitare ai bambini l’esperienza della morte – sarebbe una promessa falsa – ma possiamo ridurre la probabilità che quell’esperienza si trasformi in un lutto bloccato. La Death Education non “immunizza” dal dolore; rende il dolore più attraversabile.
Come parlare della morte con un bambino
Molti adulti, davanti a un bambino, scelgono il silenzio o le metafore con la migliore delle intenzioni: non far soffrire. Eppure proprio qui si annidano alcuni dei fraintendimenti più dolorosi. Ecco, alla luce dell’esperienza clinica e della letteratura, alcuni principi guida.
Usare parole vere
Le parole “morto” e “morire” vanno dette. Espressioni come “si è addormentato”, “è partito per un lungo viaggio”, “l’abbiamo perso” sono comprensibili, ma per un bambino piccolo, che pensa in modo concreto, possono generare paure nuove: paura di addormentarsi, attesa di un ritorno, sensi di colpa per “non aver fatto attenzione”. Uno studio pubblicato su JAMA Network Open nel 2022, pur condotto in ambito clinico, ha documentato quanto sia diffusa la tendenza degli adulti a evitare le parole dirette legate alla morte, sostituendole con eufemismi e linguaggio tecnico (Barlet et al., 2022). Una formula semplice e onesta – “il corpo della nonna ha smesso di funzionare, non respira più, non sente più dolore e non tornerà” – è più rispettosa della verità e, paradossalmente, più rassicurante.
Dire la verità, in modo semplice e graduale
Non è necessario raccontare tutto in una volta, né fornire dettagli che il bambino non ha chiesto. È necessario, però, non mentire. Si può partire da poche frasi chiare e poi lasciare che sia il bambino a fare le sue domande, rispondendo a ciascuna con calma. Le domande – anche quelle che agli adulti sembrano crude o ripetitive – sono il modo in cui il bambino elabora.
Accogliere le emozioni, tutte
Tristezza, rabbia, paura, ma anche apparente indifferenza o senso di colpa: ogni emozione va accolta senza essere corretta. Frasi come “non piangere” o “devi essere forte” insegnano al bambino che ciò che prova non va bene. Molto più utile è dare un nome a ciò che accade: “Vedo che sei arrabbiato. È giusto esserlo”. Per i bambini piccoli, il disegno, il gioco e le storie sono canali espressivi spesso più efficaci delle parole.
Non escludere il bambino dai riti
Partecipare, se lo desidera e dopo essere stato preparato a cosa vedrà, al funerale o a un momento di saluto può aiutare il bambino a rendere reale e “pensabile” la perdita. L’esclusione, al contrario, lo lascia spesso solo con le sue fantasie, che sono quasi sempre più spaventose della realtà.
Mantenere le routine
Gli orari dei pasti, della scuola, del sonno sono, per un bambino, la prova concreta che il mondo – pur ferito – regge ancora. La prevedibilità del quotidiano è una forma silenziosa ma potente di sicurezza.
Il ruolo del caregiver e della famiglia
Se dovessi indicare un solo fattore decisivo per il lutto di un bambino, indicherei questo: lo stato e la presenza degli adulti che si prendono cura di lui. La ricerca lo conferma con chiarezza. Il contributo già citato di Alvis e colleghi descrive i caregiver come facilitatori chiave del lutto: è attraverso la relazione con l’adulto di riferimento che il bambino impara, letteralmente, come si fa a stare nel dolore (Alvis et al., 2022).
Questo ha una conseguenza importante e a volte difficile da accettare: per sostenere un bambino in lutto bisogna prendersi cura anche dell’adulto che lo accudisce, il quale è spesso a sua volta in lutto. Un genitore sopraffatto, che nasconde ogni emozione o che al contrario ne è travolto, fatica a fare da argine. Non si chiede agli adulti di non soffrire davanti ai figli – vedere un genitore piangere è per il bambino un permesso prezioso, l’autorizzazione a sentire – ma di mostrare un dolore che resta “contenuto”, accompagnato dal messaggio che, insieme, ce la si farà.
Le linee di indirizzo per i professionisti, come quelle pubblicate su The Lancet Child & Adolescent Health nel 2020, collocano non a caso il coinvolgimento e il sostegno ai caregiver tra le componenti centrali dell’aiuto ai bambini in lutto, accanto alla psicoeducazione, allo sviluppo delle capacità di riconoscere e regolare le emozioni e alla cura del ricordo della persona scomparsa (Kentor & Kaplow, 2020).
Quando e come chiedere aiuto a un professionista
Distinguere il dolore fisiologico dal lutto che si sta complicando non è sempre facile, e non spetta ai genitori farlo da soli. Alcuni segnali, tuttavia, suggeriscono che è opportuno chiedere il parere di uno psicologo dell’età evolutiva: sintomi intensi che, a molti mesi dalla perdita, non mostrano alcuna evoluzione; un ritiro marcato e duraturo dalle relazioni e dalle attività; un senso di colpa persistente o la convinzione di aver causato la morte; un crollo prolungato del funzionamento scolastico; idee o comportamenti che preoccupano in modo serio gli adulti. In presenza di questi segnali, chiedere aiuto non è un fallimento educativo: è un atto di cura.
La buona notizia è che il lutto complicato dei bambini si può trattare in modo efficace. Uno studio randomizzato e controllato pubblicato sull’American Journal of Psychiatry nel 2021 ha valutato un protocollo cognitivo-comportamentale specifico per il Disturbo da Lutto Prolungato in età evolutiva, dimostrandone l’efficacia su un campione di 134 bambini e adolescenti (Boelen et al., 2021). Anche gli interventi di gruppo in ambito scolastico danno buoni risultati: una ricerca pubblicata sulla rivista Omega nel 2022, condotta su 296 ragazzi tra gli 11 e i 18 anni, ha mostrato che un percorso di gruppo di otto settimane realizzato a scuola ha ridotto in modo significativo i sintomi del lutto e la disregolazione emotiva, aumentando al tempo stesso la percezione di supporto sociale (Linder et al., 2022).
In altre parole: nessuna famiglia deve sentirsi sola, e nessun bambino è “troppo piccolo” per essere aiutato. Esistono strumenti, e funzionano.
Una conclusione: accompagnare, non proteggere dal vero
Torno alla domanda da cui sono partita – «Cosa diciamo ai bambini?» – perché oggi, dopo anni di lavoro accanto a famiglie e bambini, risponderei così: diciamo la verità, con parole semplici e con la nostra presenza. Non perché la verità non faccia male, ma perché è l’unico terreno su cui un bambino può costruire qualcosa di solido. I bambini sopportano molto meglio una realtà difficile, condivisa con un adulto fidato, che un silenzio pieno di ombre.
La Death Education, in fondo, non chiede agli adulti di avere le risposte giuste. Chiede di non lasciare soli i bambini con le domande. È una differenza piccola nelle parole e immensa negli effetti: è la differenza tra un lutto che, per quanto doloroso, può essere attraversato, e un dolore che resta muto e si blocca. Accompagnare un bambino dentro la perdita è una delle forme più alte di rispetto che possiamo offrirgli – lo stesso rispetto, lo stesso credere nella sua forza, che guida ogni giorno il mio lavoro.
Domande frequenti sul lutto nei bambini
A che età un bambino capisce la morte?
La comprensione della morte si costruisce per gradi. La maggior parte dei bambini integra le componenti fondamentali del concetto di morte – irreversibilità, non-funzionalità, universalità e causalità – tra i 5 e i 7 anni circa. Prima di quell’età la comprensione è parziale: i bambini più piccoli tendono a vivere la morte come reversibile o temporanea. Le età sono comunque indicative e variano da bambino a bambino.
È giusto portare un bambino al funerale?
Può essere utile, a condizione che il bambino sia stato preparato con parole semplici a ciò che vedrà e che gli sia lasciata la libertà di scegliere. Partecipare a un rito di saluto aiuta a rendere reale la perdita ed evita che il bambino resti solo con fantasie spesso più spaventose della realtà. Imporre la partecipazione, così come escludere a priori il bambino, è invece sconsigliato.
Mio figlio non sembra triste dopo un lutto: è normale?
Spesso sì. Il lutto dei bambini non è lineare: il bambino “entra ed esce” dal dolore e può alternare momenti di sofferenza intensa a momenti di gioco e apparente serenità. Questo non significa indifferenza, ma una modalità fisiologica di affrontare il dolore a piccole dosi. Il lutto, inoltre, si esprime spesso attraverso il corpo e il comportamento più che con la tristezza dichiarata.
Quando il lutto di un bambino richiede l’aiuto di uno psicologo?
È opportuno rivolgersi a uno psicologo dell’età evolutiva quando, a molti mesi dalla perdita, i sintomi restano intensi e immutati, quando vi è un ritiro prolungato dalle relazioni e dalle attività, un senso di colpa persistente, un crollo duraturo del rendimento scolastico, o comportamenti che preoccupano seriamente gli adulti. In questi casi può essere presente un lutto complicato, che si tratta in modo efficace con percorsi specifici.
Che cos’è il Disturbo da Lutto Prolungato?
È una condizione clinica, riconosciuta dalla classificazione ICD-11 dell’OMS e dal manuale diagnostico DSM-5-TR, caratterizzata dal persistere – a lungo dopo la perdita – di un desiderio intenso della persona scomparsa, di un dolore pervasivo e di difficoltà che interferiscono in modo significativo con la vita quotidiana. Negli studi sui bambini e adolescenti in lutto si stima riguardi all’incirca un caso su dieci, con punte più elevate in alcune ricerche. È una condizione distinta dalla depressione e dal disturbo post-traumatico da stress.
La Death Education può prevenire il lutto complicato?
La Death Education agisce sui principali fattori protettivi – la comunicazione aperta, il supporto sociale, la capacità di dare un nome alle emozioni e di pensare la morte – e in questo senso ha una funzione preventiva. Non elimina il dolore della perdita, ma può ridurre la probabilità che il lutto si blocchi e renderlo più attraversabile per il bambino e per la sua famiglia.
L’autrice
La dott.ssa Elvira Ripamonti è psicologa psicoterapeuta, consulente specializzata nell’elaborazione del lutto in età evolutiva con studio a Lecco (iscrizione all’Albo degli Psicologi della Lombardia n. 14336). Nel suo percorso professionale ha lavorato come psicologa nel reparto di Oncologia dell’Ospedale “A. Manzoni” di Lecco, a sostegno dei malati e dei loro familiari, e ha operato in contesti di psicologia dell’emergenza. Accompagna adulti, famiglie e bambini nei percorsi di elaborazione del lutto e nella costruzione di un rapporto più consapevole con la finitudine.
Nota: questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione clinica individuale. Il lutto e l’infanzia sono temi delicati: in presenza di una situazione di sofferenza che riguarda un bambino o un adulto, è consigliabile rivolgersi a un professionista della salute mentale.
Riferimenti scientifici
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Fonti bibliografiche reperite e consultate tramite PubMed – National Library of Medicine.



