«Né il sole né la morte si possono guardare fissamente», scriveva François de La Rochefoucauld più di tre secoli fa. È un’immagine che porto spesso con me, perché descrive con esattezza ciò che accade ogni volta che proviamo ad avvicinarci al tema della fine: distogliamo lo sguardo. Eppure, nel mio lavoro di psicologa – accanto a persone malate, a famiglie colpite da una perdita, in contesti di emergenza – ho imparato che ciò che non riusciamo a guardare continua comunque ad agire dentro di noi. La Death Education nasce esattamente da qui: dalla convinzione che imparare a pensare la morte non significhi rassegnarsi ad essa, ma restituire valore e consapevolezza alla vita.
Negli ultimi anni l’espressione “Death Education” ha cominciato a circolare anche in Italia: nei convegni, nelle scuole, sui giornali. Spesso, però, viene confusa con qualcosa di cupo o, all’opposto, con una forma di terapia. Non è né l’una né l’altra cosa. In questo articolo desidero spiegare in modo chiaro e documentato che cosa sia davvero l’educazione alla morte, da dove nasca, come si articoli e – soprattutto – che cosa ci dice la ricerca scientifica sui suoi effetti. Perché su un tema così delicato le opinioni non bastano: servono le evidenze.
Che cos’è la Death Education
La Death Education – in italiano educazione alla morte o, con una formula che preferisco, educazione alla finitudine – è un approccio educativo e formativo che si propone di promuovere una riflessione consapevole sulla morte, sul morire e sul lutto, intesi come parti naturali e inevitabili dell’esistenza umana.
È importante chiarire subito un punto. La Death Education non è una psicoterapia e non è un percorso di cura del lutto. È un intervento di tipo educativo: si rivolge a persone sane, non si concentra sui sintomi e non ha l’obiettivo di “trattare” un disturbo. Il suo scopo è un altro: aiutare le persone – bambini, adolescenti, adulti, anziani – a costruire un rapporto più maturo e meno difensivo con il tema della morte, prima e indipendentemente dal fatto che una perdita sia già avvenuta.
Gli studiosi parlano, a questo proposito, di “death competence”: la capacità di tollerare e gestire le componenti emotive, cognitive e relazionali legate alla morte e al morire. Non si tratta di “non avere più paura” – un obiettivo irrealistico e nemmeno desiderabile – ma di trasformare un’ansia muta e paralizzante in una consapevolezza che si possa pensare, nominare e condividere. La Death Education lavora su tre dimensioni che, nella mia esperienza clinica, sono profondamente intrecciate: quella cognitiva (sapere e comprendere), quella emotiva (riconoscere e dare un nome a ciò che si prova) e quella relazionale e sociale (poterne parlare con gli altri).
Le origini: dal mondo anglosassone agli atenei italiani
La Death Education non è un’invenzione recente. Come campo di studio e di pratica nasce nel mondo anglosassone e viene fatta risalire convenzionalmente alla fine degli anni Cinquanta del Novecento: un punto di riferimento storico è il volume “The Meaning of Death”, curato dallo psicologo statunitense Herman Feifel nel 1959, considerato uno dei testi fondativi dei moderni death studies. A partire dagli anni Settanta i percorsi di educazione alla morte si diffondono ampiamente negli Stati Uniti, dapprima nell’ambito della formazione sanitaria e poi nelle scuole e nella comunità.
In Italia il percorso è più recente, ma oggi solido. Il riferimento accademico principale è l’Università di Padova, dove è attivo il Master “Death Studies & the End of Life”, diretto dalla professoressa Ines Testoni. Intorno a questo polo si è sviluppata gran parte della ricerca italiana sul tema, compresi i progetti di Death Education rivolti alle scuole – come l’iniziativa di prevenzione “Cominciamo dalla fine” promossa dalla Fondazione ANT – e numerosi studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali, di cui parlerò più avanti. L’Italia, insomma, non parte da zero: dispone di un corpo di ricerca crescente e metodologicamente serio.
Perché parlarne oggi: la società che ha rimosso la morte
Se la Death Education sta guadagnando attenzione, è perché risponde a un bisogno reale. Numerosi studiosi descrivono la società occidentale contemporanea come una società che ha progressivamente rimosso e “negato” la morte, espellendola dallo spazio quotidiano e affidandola a contesti specializzati – l’ospedale, l’hospice, le agenzie funebri. La conseguenza, paradossale, è che siamo continuamente esposti a una morte mediata e spettacolarizzata (notiziari, fiction, videogiochi) e quasi mai a quella reale: molti ragazzi arrivano all’età adulta senza aver mai visto da vicino una persona morente o un corpo senza vita.
La pandemia di COVID-19 ha reso questa impreparazione evidente a tutti. Una revisione scientifica condotta da Park e colleghi e pubblicata su Death Studies nel 2022 ha sottolineato proprio come l’emergenza pandemica abbia portato alla luce il bisogno, per le persone e per le comunità, di una preparazione alla morte, e come gli interventi educativi – compresi quelli erogati online – possano rispondere efficacemente a questo bisogno (Park et al., 2022).
Il punto non è “abituarsi” alla morte, né tantomeno banalizzarla. È piuttosto evitare che il silenzio si trasformi in fragilità: quando un tema così centrale viene espulso dal discorso comune, le persone – e in particolare i più giovani – si trovano prive degli strumenti culturali ed emotivi per affrontarlo nel momento in cui, inevitabilmente, li raggiunge.
I tre livelli della Death Education
Uno degli aspetti che aiuta a capire la Death Education è la sua articolazione su tre livelli di intervento, distinti in base al rapporto temporale con l’evento-morte. È una distinzione utile anche per chi, come i genitori o gli insegnanti, si chiede “quando” sia opportuno affrontare l’argomento.
1. Livello primario (preventivo). Si rivolge a persone per cui la morte non è un tema attuale: nessuna perdita recente, nessuna malattia in corso. È il livello tipico dei percorsi scolastici e comunitari. Qui la riflessione sulla morte è “a freddo”, serena, e ha una funzione di prevenzione: costruire risorse prima che servano.
2. Livello secondario. Interviene quando la morte si fa vicina e prevedibile: una malattia grave, un percorso di cure palliative che riguarda la persona stessa o un familiare. L’obiettivo è accompagnare l’elaborazione anticipatoria e sostenere la comunicazione tra le persone coinvolte.
3. Livello terziario. Si colloca dopo che una perdita è già avvenuta. Qui la Death Education affianca – senza sostituirlo – il sostegno psicologico al lutto, aiutando a dare senso all’esperienza e a integrarla nel proprio percorso di vita.
Questa distinzione è tutt’altro che teorica. Dice una cosa molto concreta: la Death Education più preziosa è quella preventiva, quella che si fa quando “non serve”. Esattamente come non si insegna a nuotare mentre si sta annegando, non si costruisce un rapporto sano con la finitudine nel momento del dolore acuto.
La Death Education funziona? Che cosa dice la ricerca scientifica
Arriviamo alla domanda più importante, e quella su cui voglio essere particolarmente rigorosa. Parlare di morte a scuola, in famiglia, con gli anziani: è davvero utile? Oppure rischia di fare male, di generare angoscia? Su questo, fortunatamente, non dobbiamo affidarci alle impressioni: disponiamo di un corpo di studi crescente e di buona qualità.
Le evidenze più solide riguardano gli interventi di Death Education nei contesti di malattia avanzata. Una meta-analisi di studi randomizzati e controllati pubblicata nel 2025 sul Journal of Nursing Scholarship da Su e colleghi ha esaminato 19 trial per un totale di 1.531 pazienti con tumore in fase avanzata: gli interventi di educazione alla morte hanno ridotto in misura significativa l’ansia di morte e i sintomi depressivi, migliorando al tempo stesso la qualità della vita (Su et al., 2025). Risultati coerenti emergono da una precedente meta-analisi pubblicata su Death Studies nel 2023 da Zhang e colleghi, che su 22 studi e 2.374 partecipanti ha documentato effetti positivi e costanti su ansia, depressione, atteggiamento verso la morte e qualità della vita (Zhang et al., 2023).
Il quadro complessivo degli interventi è stato mappato da un’ampia scoping review apparsa su Palliative Medicine nel 2024 (Wang et al., 2024), che ha individuato nove diverse tipologie di intervento di Death Education rivolte a persone con malattia avanzata e ai loro familiari: dalla life review alle terapie narrative, dagli approcci cognitivo-comportamentali agli interventi psicosociali più generali. Gli autori segnalano onestamente che servono ancora studi più numerosi e rigorosi: è un invito alla prudenza che condivido pienamente, ma la direzione del segnale è chiara.
E sulle persone sane? Il timore di “fare danni”
C’è però un’obiezione che sento ripetere spesso, soprattutto da genitori e insegnanti: “Con i malati ha senso, ma perché turbare chi sta bene? Parlare di morte a un adolescente non rischia di spaventarlo?”. È una preoccupazione legittima, e merita una risposta basata sui dati.
La ricerca italiana è particolarmente preziosa su questo punto. Uno studio condotto da Testoni e colleghi, pubblicato su Death Studies nel 2019, ha coinvolto 534 studenti delle scuole superiori italiane in un programma di Death Education con gruppo sperimentale e gruppo di controllo: il percorso ha ridotto la paura della morte e ha attenuato la rappresentazione della morte come annientamento totale (Testoni et al., 2019). Un secondo studio dello stesso gruppo, pubblicato su BMC Palliative Care nel 2021, ha portato 87 studenti delle superiori a confrontarsi con il tema della morte anche all’interno di un hospice: i risultati hanno mostrato che l’esperienza non ha prodotto effetti negativi, anzi ha ridotto i livelli di alessitimia, cioè ha migliorato la capacità dei ragazzi di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni (Testoni et al., 2021).
La stessa conclusione emerge da un progetto europeo di Death Education rivolto a 341 studenti universitari di cinque Paesi, Italia compresa, pubblicato su BMC Palliative Care nel 2023: l’esperienza ha dimostrato che è possibile affrontare i temi legati alla morte in modo serio e competente senza necessariamente generare disagio o sconforto nei partecipanti (Testoni et al., 2023). Vale la pena soffermarsi su questo dato, perché capovolge un pregiudizio diffuso: non è il parlare della morte a fare male, ma il non poterne parlare. Il silenzio non protegge; lascia soli.
Anche al di fuori dell’età scolare la Death Education mostra un valore. Uno studio qualitativo spagnolo pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health nel 2021 ha esplorato il rapporto delle persone anziane con l’educazione alla morte, evidenziando come lavorare su questi temi possa contribuire a un invecchiamento più sereno e a una migliore qualità della vita (Martínez-Heredia et al., 2021).
La Death Education e i bambini: un approccio calibrato sullo sviluppo
Una delle domande che mi viene rivolta più spesso è: “Ma i bambini possono davvero capire la morte?”. La risposta della psicologia dello sviluppo è: sì, gradualmente, e in modo prevedibile.
Una rassegna ormai classica della letteratura, firmata da Speece e Brent e pubblicata su Child Development nel 1984, ha mostrato che la comprensione matura della morte si costruisce attraverso alcune componenti fondamentali – l’irreversibilità (chi muore non torna), la non-funzionalità (con la morte cessano tutte le funzioni vitali) e l’universalità (tutti gli esseri viventi muoiono) – e che la maggior parte dei bambini le acquisisce tra i 5 e i 7 anni, in coincidenza con un importante passaggio nello sviluppo del pensiero (Speece & Brent, 1984). Studi successivi hanno aggiunto a questo modello la componente della causalità (la morte ha cause) e hanno approfondito il ruolo dei fattori cognitivi ed emotivi nel modo in cui ciascun bambino arriva a rappresentarsi la fine della vita (Poltorak & Glazer, 2006).
Che cosa significa tutto questo per la Death Education? Significa che con i bambini non si tratta di “anticipare” un discorso da adulti, ma di accompagnare un processo di comprensione che è già in atto. Un bambino di quattro anni e uno di nove non hanno la stessa idea della morte, e un buon intervento educativo – così come una buona conversazione familiare – parte sempre da dove il bambino si trova. Approfondirò questo tema, e in particolare il modo di sostenere un bambino che ha già vissuto una perdita, nel secondo articolo di questo percorso, dedicato alla Death Education e al lutto infantile.
La Death Education a scuola
La scuola è, naturalmente, il contesto privilegiato della Death Education di livello primario. Non perché debba sostituirsi alle famiglie, ma perché è il luogo in cui i bambini e i ragazzi elaborano collettivamente il senso del mondo – e la morte fa parte del mondo.
In Italia i progetti scolastici di educazione alla morte sono in crescita, spesso in collaborazione con l’università e con associazioni del settore delle cure palliative. La letteratura internazionale sostiene questa direzione: già nel 2020 un contributo pubblicato sull’International Journal of Palliative Nursing analizzava l’introduzione della Death Education per bambini e ragazzi nelle scuole pubbliche, sottolineando come molti adulti percepiscano questi discorsi come “inappropriati” per i più giovani – un timore che, alla luce delle evidenze viste sopra, andrebbe rivisto (Friesen et al., 2020).
Gli interventi scolastici più efficaci non sono lezioni frontali sulla morte. Sono percorsi esperienziali e narrativi: si lavora con le storie, con gli albi illustrati, con il disegno, con il confronto in gruppo. L’obiettivo non è “informare” sulla morte, ma creare uno spazio sicuro in cui le domande – che i bambini si pongono comunque – possano essere finalmente dette ad alta voce e accolte.
Educare alla morte è educare alla vita
Vorrei chiudere tornando al punto da cui sono partita. La Death Education può sembrare, a una prima impressione, un tema di nicchia o persino fuori luogo. Nella mia esperienza è l’esatto contrario: è uno dei modi più concreti che conosco per prendersi cura della vita.
Quando una persona – di sei o di sessant’anni – riesce a pensare la propria finitudine senza esserne travolta, accade qualcosa di prezioso: diminuisce l’ansia di fondo, migliora la capacità di stare nelle relazioni, si fa più nitida la percezione di ciò che conta davvero. Non è un caso che gli studi che abbiamo visto associno la Death Education a una riduzione dell’ansia e a un miglioramento della qualità della vita. Educare alla morte, in fondo, è un modo rigoroso e gentile di educare alla vita.
Non si tratta di insegnare a nessuno “come si muore”. Si tratta di restituire a tutti – bambini compresi – le parole per pensare ciò che fa parte dell’esistenza di ognuno. E le parole, quando ci sono, non spaventano: accompagnano.
Domande frequenti sulla Death Education
La Death Education è adatta ai bambini?
Sì, a condizione che sia calibrata sull’età e sullo sviluppo del bambino. La psicologia dello sviluppo mostra che la comprensione della morte si costruisce gradualmente fin dai primi anni di vita; un percorso educativo adeguato non “anticipa” nulla, ma accompagna un processo già in corso, partendo dalle domande che il bambino pone spontaneamente.
Parlare di morte ai ragazzi rischia di spaventarli?
Gli studi disponibili indicano il contrario. Le ricerche condotte su studenti italiani delle scuole superiori e universitari hanno mostrato che i percorsi di Death Education non producono effetti negativi e tendono anzi a ridurre la paura della morte e a migliorare la capacità di riconoscere le emozioni. A generare disagio è più spesso il silenzio che il dialogo.
Death Education e psicoterapia del lutto sono la stessa cosa?
No. La Death Education è un intervento educativo e preventivo, rivolto a persone sane e non finalizzato alla cura di un disturbo. La psicoterapia del lutto è invece un percorso clinico, indicato quando l’elaborazione di una perdita si complica o si blocca. I due ambiti possono integrarsi, ma non vanno confusi.
A che età si può iniziare a fare Death Education?
Non esiste un’età “giusta” unica: esiste un modo adeguato per ogni età. Già con i bambini in età prescolare è possibile affrontare il tema in forma semplice, attraverso le storie, la natura, le domande quotidiane. Ciò che cambia con la crescita non è l’opportunità di parlarne, ma il linguaggio e la profondità con cui lo si fa.
Chi realizza i percorsi di Death Education?
A seconda del contesto, intervengono figure diverse: psicologi e psicoterapeuti, educatori, insegnanti formati, professionisti delle cure palliative. La presenza di un professionista della salute mentale è particolarmente importante nei livelli secondario e terziario, e ogni volta che il gruppo coinvolge persone che hanno vissuto perdite recenti.
L’autrice
La dott.ssa Elvira Ripamonti è psicologa psicoterapeuta, consulente specializzata nell’elaborazione del lutto in età evolutiva con studio a Lecco (iscrizione all’Albo degli Psicologi della Lombardia n. 14336). Nel suo percorso professionale ha lavorato come psicologa nel reparto di Oncologia dell’Ospedale “A. Manzoni” di Lecco, a sostegno dei malati e dei loro familiari, e ha operato in contesti di psicologia dell’emergenza. Accompagna adulti, famiglie e bambini nei percorsi di elaborazione del lutto e nella costruzione di un rapporto più consapevole con la finitudine.
Riferimenti scientifici
- Park S., Kim H., Jang M.K. et al. (2022). Community-based death preparation and education: A scoping review. Death Studies, 47(2), 221-230. DOI: 10.1080/07481187.2022.2045524
- Wang T., Cheung K., Cheng H. (2024). Death education interventions for people with advanced diseases and/or their family caregivers: A scoping review. Palliative Medicine, 38(4), 423-446. DOI: 10.1177/02692163241238900
- Zhang X., Xie X., Xiao H. (2023). Effects of death education interventions on cancer patients in palliative care: A systematic review and meta-analysis. Death Studies, 48(5), 427-441. DOI: 10.1080/07481187.2023.2233450
- Su Y., Zhang S., Duan L., Hu X. (2025). The Effectiveness of Death Education on Death Anxiety, Depression, and Quality of Life in Patients With Advanced Cancer: A Meta-Analysis of Randomised Controlled Trials. Journal of Nursing Scholarship, 57(6), 941-956. DOI: 10.1111/jnu.70037
- Testoni I., Ronconi L., Cupit I.N. et al. (2019). The effect of death education on fear of death amongst Italian adolescents: A nonrandomized controlled study. Death Studies, 44(3), 179-188. DOI: 10.1080/07481187.2018.1528056
- Testoni I., Palazzo L., Ronconi L. et al. (2021). The hospice as a learning space: a death education intervention with a group of adolescents. BMC Palliative Care, 20(1), 54. DOI: 10.1186/s12904-021-00747-w
- Testoni I., Ronconi L., Orkibi H. et al. (2023). Death education for Palliative care: a European project for University students. BMC Palliative Care, 22(1), 47. DOI: 10.1186/s12904-023-01169-6
- Friesen H., Harrison J., Peters M. et al. (2020). Death education for children and young people in public schools. International Journal of Palliative Nursing, 26(7), 332-335. DOI: 10.12968/ijpn.2020.26.7.332
- Martínez-Heredia N., Soriano Díaz A., Amaro Agudo A., González-Gijón G. (2021). Health Education as a Means of Addressing Death in the Elderly. International Journal of Environmental Research and Public Health, 18(12), 6652. DOI: 10.3390/ijerph18126652
- Speece M.W., Brent S.B. (1984). Children’s understanding of death: a review of three components of a death concept. Child Development, 55(5), 1671-1686. PubMed PMID 6510050
- Poltorak D.Y., Glazer J.P. (2006). The development of children’s understanding of death: cognitive and psychodynamic considerations. Child and Adolescent Psychiatric Clinics of North America, 15(3), 567-573. DOI: 10.1016/j.chc.2006.03.003
Fonti bibliografiche reperite e consultate tramite PubMed – National Library of Medicine.



